Fino a ieri era un’ipotesi di scuola, oggi può diventare una possibilità concreta. Di cosa parliamo? Dell’avvicinamento di Carlo Calenda al centrodestra. Ad accelerare il verificarsi di questa eventualità è la fuoriuscita di Roberto Vannacci dalla Lega.
Il motivo di una simile operazione è semplice: la coalizione guidata da Giorgia Meloni potrebbe essere indotta a compensare al centro la perdita di voti provocata dal generale sull’estrema destra con la discesa in campo del nuovo partito “Futuro nazionale”. Tutto dipende dalla previsione di quanto Vannacci potrà ottenere nell’urna. Se ci si dovesse attendere uno zero virgola, è chiaro che l’ingresso di Azione nell’area del centrodestra, se mai dovesse arrivare, avverrebbe per altri motivi. Se invece, come molti ritengono (a partire da un gongolante Matteo Renzi), si dovesse paventare un 3, se non addirittura un 4 per cento, allora è chiaro che la spinta all’intesa Meloni-Calenda diventerebbe fortissima. Una discreta percentuale per Futuro nazionale creerebbe grossi guai al centrodestra, cui verrebbero probabilmente a mancare i voti necessari per vincere le elezioni politiche nel 2026. Ai sondaggisti l’ardua sentenza.
Va da sé che le scelte della politica non possono venire dalla lotteria dei numeri ma dalla visione strategica e dall’elaborazione progettuale, però questi maledetti numeri alla fine pesano sempre e possono accelerare (o viceversa frenare) alleanze o intese varie tra partiti.
Nel caso di Calenda, l’operazione (ammesso che fosse condivisa da tutti i soggetti del centrodestra) non sarebbe comunque semplice, perché il leader di Azione non è un tipo né malleabile né accomodante, diciamo che, come tipo di alleato, è piuttosto scomodo, come sa bene Renzi. Ma, al di là del caratteraccio di Calenda, il problema vero è politico. Perché l’eventuale intesa con Azione vorrebbe dire un riassestamento in senso moderato della coalizione. “Moderato” vuol dire oggi diverse cose, a partire dall’uso di toni e dall’adozione politiche che non risultino urticanti per i poteri finanziari e tecnocratici (per dirne una, le intemerate contro banche non sarebbero più consentite) e per finire con scelte più definite in senso europeo, ivi inclusa la politica di aiuto all’Ucraina.
E non c’è bisogno di essere fini politologi per capire che il primo a trovarsi in difficoltà sarebbe Matteo Salvini, al quale, sia detto per inciso, l’addio di Vannacci sta già provocando notevoli guai, innanzi tutto dentro il suo stesso partito: saranno sicuramente molti i leghisti a rimproverare al Capitano di aver aperto le porte al Generale, firmando una cambiale in bianco che ora Vannacci sta portando all’incasso. Con una Calenda alleato, la vita di Salvini dentro il centrodestra sarebbe in ogni caso assai più tormentata di quanto non lo sia già oggi.
Ma il leader di Azione si sta effettivamente avvicinando a Meloni e ai suoi alleati? Al momento non c’è nulla di concreto, ma solo segnali e sussurri vari. Calenda ha partecipato qualche giorno fa a una manifestazione di Forza Italia in ricordo di Silvio Berlusconi e tanto è bastato per scatenare ogni sorta di illazione. Un altro segnale è arrivato ieri quando il “Corriere della Sera” ha pubblicato un lungo articolo in cui si accreditava l’intenzione di diversi esponenti di Forza Italia di lanciare Calenda come candidato del centrodestra alle elezioni per il sindaco di Roma che si terranno il prossimo anno nella Capitale. Staremo a vedere che cosa accadrà nelle prossime settimane o mesi. Ma è legittimo supporre che siano già partite manovre per portare il leader di Azione alle “corte” di Giorgia Meloni.
In alternativa a Calenda ci sarebbe la possibilità che il centrodestra arrivi a una qualche forma di alleanza con Vannacci impendendo che i suoi voti finiscano per favorire indirettamente il campo largo. Si tratta però di un’ipotesi altamente problematica perché sbilancerebbe l’intera colazione sul fronte dell’estrema destra, in una rincorsa con il generale a chi la spara più grossa. A rischiare di più sarebbe in tale caso Salvini. Sarebbe letale, per il leader della Lega, se il suo partito dovesse perdere troppo voti a vantaggio di Vannacci.
Comunque la mettiamo, l’iniziativa del generale sta creando grattacapi a Meloni e ai suoi alleati. Sta al centrodestra trasformare un problema in un’opportunità. L’occasione sarebbe quella di dissolvere ogni ambiguità, facendo chiarezza su programmi e comportamenti, evitando di seguire politiche di comodo. Alla fine, la comodità, in politica, può risultare assai costosa, come in questi giorni sta amaramente sperimentando Matteo Salvini.



