Board per Gaza, gli Usa premono. Meloni tergiversa. Ma fino a quando?

sabato, 7 Febbraio 2026
2 minuti di lettura

È duro essere “ponte” tra Usa ed Europa al tempo della presidenza Trump. Ne sa qualcosa Giorgia Meloni, che deve camminare in precario equilibrio tra la ruvidezza antieuropea di Trump e la voglia di reazione dei maggiori partner della Ue.

È una posizione scomodissima, che ha quantomeno contribuito a scongiurare un clamoroso (e controproducente) strappo atlantico senza però riuscire a migliorare il clima tra Washington e le capitali del vecchio continente. E lo scotto, la nostra premier, lo sta pagando in termini di attacchi continui delle opposizioni e di freddezza da parte degli europei più ostili alla politica dell’attuale presidente Usa, come nel caso di Emmanuel Macron.

A complicare le cose contribuiscono non poco le pressioni americane per spingere il nostro governo ad aderire alle iniziative di Trump. L’ultimo caso è avvenuto ieri con il bilaterale Italia-Usa che si è svolto a Milano in occasione dell’arrivo di J.D. Vance per assistere all’inaugurazione dei giochi olimpici di Milano-Cortina. Diciamo per la cronaca che al vertice hanno partecipato, insieme alla premier e al vicepresidente Usa, anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il segretario di Stato Marco Rubio.

Il numero due di Washington ha insistito con Meloni e Tajani affinché l’Italia aderisca al “Board of Peace” per Gaza voluto dal presidente Usa. Si tratta di una richiesta a dir poco imbarazzante, perché questo organismo promosso dal tycoon è quanto di più lontano dal modello di organismo normalmente seguito nelle relazioni internazionali. Più che una organizzazione mondiale, sembra un comitato d’affari in cui i governi entrano sborsando un miliardo di dollari nella prospettiva di partecipare al business della ricostruzione di quella martoriata area mediorientale.

Capirete perché nessun grande Paese europeo via abbia aderito. Solo 25 governi hanno finora detto sì: dalla Bielorussia al Paraguay, dal Marocco al Kosovo, dalla Bulgaria al Vietnam e a tanti altri Stati che finora non hanno mai partecipato ai summit mondiali, ma che ora hanno l’opportunità di portare il loro mattone alla nuova Gaza che verrà.

A rendere poi problematica una eventuale adesione dell’Italia provvede anche l’articolo 11 della Costituzione, secondo il quale il nostro Paese deve partecipare alle iniziative internazionali in «condizioni di parità con gli altri Stati», cosa che in questo caso non è perché il “Board of Peace” è pensato su misura di Donald Trump.

L’imbarazzo che deve aver dominato il bilaterale di ieri trapela nei resoconti giornalistici laddove si dice che il tema sarebbe stato «solo sfiorato» nel corso del summit. Ma trapela anche da quello che è stato dato in pasto alla stampa: l’Italia parteciperebbe come «osservatore» al Board, una formula che non si sa bene che cosa voglia dire. Che farebbe, l’Italia, “osserverebbe” gli altri Paesi mentre decidono i piani di ricostruzione per Gaza? E poi, questo miliardo di dollari, lo sborserebbe o no?

È lecito immaginare che si tratti di una formula che copre la volontà italiana di prendere tempo nella speranza che la pressione americana si esaurisca con il passare dei mesi. Magari Meloni non se l’è sentita di dire un no secco agli interlocutori americani rovinando il clima di festa olimpica in cui è avvenuto l’incontro. O magari, al contrario, potrebbe aderire all’iniziativa, ma sta ancora studiando il modo giusto per farlo.

Al momento non si conoscono le reali intenzioni del nostro governo. O, quantomeno, non sono emerse dall’incontro di ieri.

A questo punto è lecito chiedersi fino a quando l’Italia potrà rimanere in bilico tra le contrapposte pressioni di Usa, da una parte, ed Europa dall’altra. Sarebbe comunque ingiusto accusare il nostro esecutivo di ambiguità. Qualcuno che mantenga il filo (esilissimo quanto volete, ma necessario) di un dialogo euro-americano ci vuole comunque e questo scomodissimo ruolo è toccato al nostro governo. È facile fare gli “intransigenti” come Macron. Poi però rimangono solo i cocci di un rapporto tra alleati che dura da ottant’anni, senza che si profili all’orizzonte un ordine mondiale in cui l’Europa possa davvero contare qualcosa.

 

 

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.