Trump invia una seconda portaerei in Medio Oriente. «Accordo veloce sul nucleare, altrimenti per l’Iran sarà drammatico»

venerdì, 13 Febbraio 2026
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Trump

Donald Trump ha deciso di mostrare i muscoli all’Iran. Stufo delle mezze risposte che arrivano da Teheran, soprattutto sul programma di arricchimento dell’uranio, e nonostante i primi colloqui sul programma nucleare iraniano fra funzionari dell’Iran e degli Stati Uniti in Oman, ha lanciato una “plastica” campagna di persuasione. Dopo aver inviato in Medio Oriente due settimane fa la portaerei Abramo Lincoln e tre cacciatorpediniere lanciamissili, il Pentagono ha ordinato il dispiegamento di una seconda portaerei, la Gerald Ford, la più grande al mondo, segno che l’inquilino della Casa Bianca non lascerà nulla di intentato per indurre ai miti consigli l’ayatollah. Stavolta il messaggio di Washington appare privo di ambiguità: l’Iran ha trenta giorni per accettare un nuovo accordo sul suo programma nucleare, pena l’attivazione di una “fase due” che secondo le parole del tycoon sarebbe “molto traumatica” per la Repubblica islamica.

Non è difficile comprendere a cosa alluda Trump. Il riferimento è ai recenti bombardamenti di siti nucleari, presentati come un monito di ciò che potrebbe accadere su scala vasta. La strategia del “Demolition Man” si basa sul creare un senso di urgenza insostenibile, e l’invio della Ford, la portaerei più grande e avanzata del mondo, trasforma la minaccia verbale in una realtà fisica visibile da Teheran. Il “maglio sferico” non è più solo una metafora diplomatica, ma assume l’immagine di un attacco navale capace di proiettare una potenza di fuoco devastante. Questa escalation giunge dopo un primo tentativo di dialogo in Oman, che sembra aver inasprito le richieste americane. Washington punta a ottenere non solo una limitazione dell’arricchimento dell’uranio, ma un ridimensionamento della potenza iraniana, includendo il programma missilistico e il sostegno ai gruppi armati regionali. Per gli Stati Uniti, un accordo che non affronti il disarmo di Teheran sarebbe insufficiente, una posizione che si scontra con la sovranità difesa con ostinazione dalla leadership iraniana, che considera i propri missili un elemento non negoziale della sicurezza nazionale. Il commento di Trump, d’altronde, è più di un monito: «Dobbiamo raggiungere un accordo con l’Iran, altrimenti sarà molto drammatico. Non voglio che accada, ma dobbiamo raggiungere un accordo. Se l’accordo non è molto equo, allora sarà, credo, un momento molto difficile per loro». L’accordo va trovato in fretta».

Dall’altra parte le forze armate iraniane sono in stato di massima allerta, pronte a rispondere a qualsiasi attacco diretto contro Teheran. «L’esercito iraniano è in stato di massima allerta – ha dichiarato il segretario del Consiglio di Difesa iraniano, Ali Shamkhani – qualsiasi errore di calcolo da entrambe le parti sarà molto costoso, ma siamo pronti a rispondere con forza, decisione e proporzionalità a qualsiasi attacco diretto contro l’Iran».

Le autorità di Teheran continuano ad avere nel mirino anche Israele. La televisione di Stato iraniana ha trasmesso una lista di sette politici e alti funzionari israeliani, compreso il premier Benjamin Netanyahu, minacciando di colpirli con attacchi di droni. Oltre a Netanyahu, l’elenco comprende fra gli altri il ministro della Difesa Israel Katz, il capo di stato maggiore dell’Idf Eyal Zamir e il responsabile del Mossad, David Barnea. Il presentatore ha anche lanciato una minaccia in ebraico durante la trasmissione: «Determineremo l’ora della vostra morte, aspettate l’Ababil», riferendosi al drone di fabbricazione iraniana.

Tuttavia, la tensione resta alta nel Paese, scosso dalle proteste contro il regime. La repressione da parte degli ayatollah è stata durissima, con migliaia di morti. Le manifestazioni sono esplose il 28 dicembre dopo la svalutazione della moneta locale e ben presto sono sfociate in proteste anti-regime. Per aiutare i rivoltosi a non perdere i contatti con l’esterno, gli Stati Uniti hanno introdotto clandestinamente circa 6.000 kit internet satellitari Starlink in Iran destinati agli attivisti. Lo ha rivelato un funzionario statunitense al Wall Street Journal. È la prima volta che gli Stati Uniti inviano direttamente i terminali in Iran. Secondo il funzionario, alti responsabili dell’amministrazione Trump hanno deciso di utilizzare i fondi destinati ad altre iniziative per la libertà di internet in Iran per acquistare i terminali. La fonte ha affermato non è chiaro se l’ordine di acquisto sia stato ordinato personalmente da Donald Trump, ma che il presidente americano ne era a conoscenza. Durante la repressione del mese scorso, l’Iran ha interrotto l’accesso a internet.

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