Cominciamo dai dettagli, perché molti parlano e commentano senza cognizione di causa. Domande semplici, risposte altrettanto semplici.
Cos’è il Board of Peace per Gaza promosso da Trump? È un organismo internazionale creato su iniziativa degli Stati Uniti nel 2026 per supervisionare il cessate il fuoco, la stabilizzazione e la ricostruzione della Striscia di Gaza.
È un’agenzia dell’Onu? No. È richiamato in una risoluzione Onu, ma non è un’agenzia delle Nazioni Unite né un organismo multilaterale tradizionale.
Chi lo guida? Donald Trump ne è presidente a vita, con poteri di nomina, invito e revoca dei membri.
Chi ne fa parte? Vi aderiscono Stati che hanno firmato lo statuto su invito americano, tra cui Paesi del Medio Oriente e altri partner come Argentina, Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia e Ungheria. Sono presenti anche figure nominate dagli Stati Uniti nell’organo esecutivo.
L’Italia ha solo assistito, perché? La premier Giorgia Meloni l’ha spiegato: non ha aderito per il momento al consiglio di pace, lasciando comunque aperta la possibilità di una partecipazione futura. C’è un problema di compatibilità con l’articolo 11 della Costituzione. Questo articolo consente all’Italia di accettare limitazioni di sovranità solo “in condizioni di parità con gli altri Stati” e solo se quelle limitazioni sono necessarie a un ordinamento internazionale che assicuri “la pace e la giustizia fra le nazioni”. Secondo Meloni il punto non è l’obiettivo dichiarato del consiglio di pace, che lei condivide, “ma la struttura prevista dallo statuto, che attribuisce al suo presidente poteri troppo ampi e non garantisce una parità sostanziale tra gli Stati che ne fanno parte”.
Insomma, esserci “e” non esserci. Tattica, furbizia o lungimiranza tricolore?
La questione è basilare e il governo italiano ha ribadito il suo ruolo strategico in continuo equilibrio precario tra la vecchia Europa e il nuovo ordine mondiale, che piaccia o non piaccia, si sa delineando in modo cinico, demolendo tutte le categorie del Novecento, compresi i concetti di Occidente, Onu e Nato. O forse è sempre stato così; anche in piena logica di Yalta (la contrapposizione tra i due blocchi), a prevalere era la legge del più forte.
Parliamoci chiaro, i palestinesi sono le eterne vittime della storia e questo non cambierà mai: vittime di un passato, la privazione della loro terra ad opera di disegni internazionali calati dall’altro (inglesi in primis); vittime di un presente da genocidio ad opera delle politiche espansionistiche di Israele; e vittime del futuro: la ricostruzione di Gaza.
Saranno esclusi da ogni scelta. E oggi bisogna scegliere da che parte stare, una volta concluso realmente il piano di pace pensato e imposto da Trump: o una ricostruzione modello umanitario “Caritas-Sant’Egidio”, protagoniste le varie onlus, le Fondazioni globaliste e la Chiesa (che ovviamente ha contestato il Board of Peace); o si accetta il ruolo degli speculatori potenti che hanno visto nella “monarchia di Trump” un piatto succulento.
E fa notizia la complicità di paesi del Medioriente come l’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar. Cos’hanno in comune? L’avversione nei confronti dell’Iran.
Come fa notizia la distanza di Israele che collaborerà solo quando Hamas sarà stato definitivamente escluso da Gaza. Specularmente Hamas ha fatto sapere che considererà ogni piano di pace quando terminerà l’aggressione israeliana. Se non è zuppa è pan bagnato.
Se sono rose s-fioriranno. Vedremo se il Board di Trump sarà l’ennesimo teatrino populista inutile, da annuncio pubblicitario, o l’apripista di una soluzione concreta.
Board of Peace. Ricostruire Gaza: la scelta tra i potenti e il “modello Caritas”



