«Ordine mondiale addio»: von der Leyen prova a scuotere una pallida Europa

lunedì, 9 Marzo 2026
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È finita l’epoca “soft” delle anime belle europee. Ora è il tempo “hard” del realismo geopolitico. Il vecchio continente deve darsi una svegliata. Non piacerà a cosmopoliti per professione e a pacifisti per vocazione il discorso che oggi Ursula von der Leyen ha pronunciato alla conferenza degli ambasciatori Ue. Ma è l’unico discorso possibile in un mondo di bulli scatenati e autocrati impuniti.

Ricordate le favole accattivanti dell’ordine mondiale, del multilateralismo e della legalità internazionale? Be’, oggi è roba da museo. La presidente della Commissione Ue invita tutti a dimenticare i vecchi paraventi ideologici che hanno a lungo coperto l’incapacità dell’Europa di affermarsi come soggetto geopolitico. «L’Europa – avverte  Ursula – non può più essere un custode del vecchio ordine mondiale, di un mondo che se n’è andato e non tornerà. Difenderemo sempre e sosterremo il sistema basato sulle regole che abbiamo contribuito a costruire con i nostri alleati, ma non possiamo più fare affidamento su di esso come unico modo per difendere i nostri interessi».

È un discorso che si pone sulla scia della recente svolta di Bruxelles in favore del “riarmo” e di una politica per la difesa più decisa. Ma è un discorso che comunque colpisce per la durezza dei toni con cui è pronunciato, che sono molto distanti dagli sdilinquimenti buonisti e cosmopolitici con cui i leader europei tendono normalmente a trattare le questioni internazionali. Basta con le belle parole caramellose. «Dobbiamo essere pronti a proiettare il nostro potere (nel mondo) in modo più assertivo, ad esempio per contrastare l’aggressione e l’interferenza straniera con tutti i nostri strumenti, siano essi economici o diplomatici, tecnologici o militari».

Questo l’obiettivo di fondo fissato dalla presidente della Commissione di Bruxelles: «Abbiamo bisogno di uno sguardo chiaro e rigoroso alla nostra politica estera nel mondo di oggi, sia in relazione a come è progettata sia a come viene attuata. Abbiamo urgente bisogno di riflettere sul fatto se la nostra dottrina, le nostre istituzioni e il nostro processo decisionale – tutti progettati in un mondo post-bellico di stabilità e multilateralismo – abbiano mantenuto il passo con la velocità del cambiamento che ci circonda».

Non è difficile leggere in filigrana, nella parole di von der Leyen, l’agenda del prossimo Consiglio europeo del 19 e 20 marzo, quello che dovrà prendere decisioni operative su competitività, mercato unico, sicurezza e difesa dell’Europa. È quindi probabile che la presidente della Commissione voglia preparare il terreno per una discussione che non si impantani nei soliti veti incrociati, nelle ripicche nazionalistiche e negli interessi di bottega.

La guerra in Iran, l’imprevidibilità di Trump, la politica di potenza che sembra diventata il cuore delle relazioni internazionali impongono all’Europa di rivedere i suoi schemi e di fare un passo in avanti superando vecchie ubbie e vecchi riflessi pavloviani da continente sconfitto.

Il problema, come spesso accade, sta nella distanza che separa il dire dal fare. Nel nostro  caso il problema non è tanto di tipo ideologico quanto di volontà politica, o, per meglio dire, degli interessi (nazionali) che stanno dietro le decisioni dei leader.

Prendiamo ad esempio la Germania di Friedrich Merz, il Paese che dovrebbe guidare questo processo di rinascita europea in virtù della sua potenza economica. In effetti l’attuale cancelliere sembra deciso ad andare avanti nel programma concordato con gli altri maggiori Paesi europei come l’Italia e la Francia. La questione è però che Merz non vuol sentir parlare di eurobond, uno strumento che pure sarebbe essenziale per gli investimenti in campo tecnologico e militare necessari per raggiungere l’agognata autosufficienza europea. Non può sperare, il cancelliere, che tutto si risolva nell’abbattimento dei dazi interni, nel potenziamento del mercato unico e nelle intese rafforzate tra i vari Paesi che vogliono andare avanti superando i soliti, paralizzanti veti. Occorre mettere in campo ingenti risorse comuni, praticamente utilizzare lo strumento del debito condiviso, come suggerito da Mario Draghi nel suo Rapporto sulla competitività del 2024.

Ma parlare in Germania di debito comune europeo equivale a pronunciare una sorta di bestemmia. È chiaro che Merz spinga verso la soluzione delle risorse nazionali in materia di investimenti e di politica per la difesa. Il bilancio tedesco consente una simile opzione. Non altrettanto si può dire per la Francia e, a maggior ragione, per l’Italia.

Al dunque, la grande questione non è solo l’ideologia da cambiare , ma anche la grettezza economica da superare.

C’è un obiettivo che manca all’elenco delle finalità fissato da Ursula von de Leyen: la necessità di oltrepassare l’egoismo nazionalistico che fa dell’Ue un consorzio di piccoli Paesi litigiosi. Se non supera questo problema, l’Europa non va da nessuna parte.

 

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