Trump vs Meloni: dopo il Papa è nel mirino Giorgia. Ma la difende pure Schlein

martedì, 14 Aprile 2026
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C’è un momento, nella politica, in cui il silenzio pesa più delle parole. E poi ce n’è un altro in cui parlare diventa inevitabile, quasi doloroso. Per Giorgia Meloni, quel momento è arrivato davanti a un attacco che ha superato la linea sottile tra politica e rispetto istituzionale: quello di Donald Trump contro il Papa.
All’inizio, una presa di distanza misurata. Un post, poi dichiarazioni più esplicite. Infine, una frase che segna il confine: “inaccettabile”. Non solo sul piano politico, ma su quello culturale, quasi identitario. Perché nella risposta della premier italiana non c’è soltanto la difesa di un Pontefice, Papa Leone, ma l’idea stessa di un’Europa in cui la religione non è subordinata alla forza delle armi o alla retorica della guerra.
La replica di Trump è un attacco frontale. “È lei che è inaccettabile”, ribatte il presidente americano rispondendo al telefono al Corriere della Sera, accusando Meloni di debolezza, di mancanza di coraggio, perfino di irresponsabilità di fronte alla minaccia dell’Iran. “Non le importa se l’Iran ha l’arma nucleare e farebbe saltare in aria l’Italia in due minuti se ne avesse la possibilità. E’ molto diversa da quello che pensavo. Pensavo avesse coraggio, mi sbagliavo”
Nel racconto trumpiano, il mondo è semplice e brutale: da una parte chi combatte, dall’altra chi si tira indietro. E l’Italia, guidata da Meloni, sarebbe colpevole proprio di questo. Non partecipare, non esporsi, non inviare navi nello scacchiere teso dello Stretto di Hormuz. Una scelta che, agli occhi di Washington, diventa quasi un tradimento.
Ma la risposta italiana si muove su un altro piano. Non è solo prudenza strategica: è anche un tentativo di non farsi trascinare in una logica di escalation. Ed è qui che il contrasto si fa più profondo: non solo tra due leader, ma tra due visioni del mondo. Trump non si limita a criticare: colpisce. Si dice “scioccato” da Meloni, insinua che abbia perso il coraggio, mette in dubbio il consenso interno degli italiani. E sottolinea una distanza: “non parlo con lei da molto tempo”.

Se da Washington ai alzano i toni, la politica italiana per una volta dà prova di unità. Elly Schlein in aula alla Camera esprime “ferma condanna per l’attacco del presidente Trump alla presidente Meloni per aver doverosamente espresso solidarietà a Papa Leone. Siamo avversari in quest’aula ma tutti cittadini italiani e non accetteremo attacchi o minacce al nostro governo o al nostro Paese”. Convinto il sostegno alla premier di Antonio Tajani. “Fino a oggi il presidente Trump considerava Giorgia Meloni una donna coraggiosa. Non si sbagliava perché è una donna che non rinuncia mai a dire ciò che pensa. E su Papa Leone ha detto semplicemente ciò che tutti noi cittadini italiani pensiamo”. Eppure, sotto la superficie di questo scontro, riaffiora una memoria più antica nei rapporti tra Italia e Stati Uniti. Una memoria che porta a Base di Sigonella, simbolo di un momento in cui Roma seppe dire no a Washington. Anche stavolta l’Italia si trova a bilanciare fedeltà e autonomia, alleanza e identità, idee dissonanti all’interno di un legame comunque indissolubile, al di là dei governanti di turno. E anche stavolta il prezzo è alto: tensioni diplomatiche, accuse pubbliche, la necessità di mettere al lavoro la diplomazia.

Meloni, che aveva costruito parte della sua credibilità internazionale su una sintonia con il mondo conservatore americano, si trova ora a percorrere una linea più sottile. Difendere il legame con gli Stati Uniti senza accettarne ogni richiesta. Difendere il Papa senza trasformare lo scontro in una frattura irreparabile.
È una scelta che non ha nulla di facile. E forse proprio per questo appare come una decisione necessaria. Dolorosa, ma inevitabile. Nel frattempo, le parole restano. Quelle di Trump, dure e senza sfumature. Quelle di Meloni, più misurate ma non meno nette. In mezzo, un equilibrio fragile che riguarda non solo due leader, ma il ruolo stesso dell’Italia in un mondo sempre più diviso tra diplomazia e conflitto.

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