«Mussolini morto sul lavoro»: al Concertone la stanchezza dell’antifascismo

sabato, 2 Maggio 2026
3 minuti di lettura

Il Concertone del Primo Maggio è da sempre lo specchio dei tic della sinistra rocchettara e giovanile (anche se tanto giovane ormai non lo è più). Ma è anche la rappresentazione, più o meno giocosa, delle sue ossessioni. Nell’edizione di quest’anno è salita sul palco l’ossessione di un antifascismo stanco, invecchiato e, per tale motivo, bisognoso di provocazioni e trasgressioni, fino al punto di trasgredire e sbertucciare se stesso.

Questa impressione ce l’ha fornita innanzi tutto l’esibizione di Piero Pelù, il quale, nel bel mezzo del suo monologo, è sembrato quasi “rivalutare” la figura di Benito Mussolini, salvo poi, per rassicurare le vestali delle memorie resistenziali e gli spiriti più suggestionabili della sinistra, riassumere la postura classica del perfetto antifascista. Prima ha definito il duce un «morto sul lavoro» (gelo tra il pubblico), per poi aggiungere subito dopo «ma è un morto sanguinario e traditore». Una definizione che sa però di precisazione posticcia, quasi a voler attenuare l’effetto dirompente (nel contesto di una tradizionale festa della sinistra) dell’accostamento della morte di Mussolini alla tragedia dei caduti sul lavoro, in palese rottura con la tradizionale, macabra evocazione (con relative sghignazzate) di piazzale Loreto da parte dell’antifascismo “militante”.

Alla fine, di questa performance di Pelù, rimarrà nella memoria il “Mussolini morto sul lavoro” e non il “Mussolini traditore”, a sedimentare dubbi in molte giovani coscienze antifasciste. L’edizione on line de “la Repubblica” ha definito, a mo’ di esorcismo, l’uscita di Pelù una «battuta riuscita male». Magari è così. Chissà però che passava in quel momento per la testa al cantautore ex Litfiba. Comunque la mettiamo, Pelù ha operato, più o meno consapevolmente, una indiretta dissacrazione dell’antifascismo nel suo canone classico. Evidentemente ha avvertito la stanchezza di tale mitologia, percependo probabilmente il fatto che questa non “tira” più a sinistra, a dispetto dei retori dell’antifascismo, tra i quali vale la pena annoverare anche Lilli Gruber, la quale, qualche sera fa in tv, ha ricordato commossa di quando, da bambina, cantò per la prima volta “Bella ciao” a scuola.

Ma al Concertone di ieri sera la dissacrazione dell’antifascismo classico non è venuta solo da Pelù bensì anche da Delia Buglisi, la cui provocazione ha riguardato proprio il canto più famoso della resistenza. La cantante ha cambiato infatti il testo di “Bella ciao”, sostituendo «partigiano portami via» con «essere umano portami via». Da stanotte è putiferio sui social. I soliti “indignati” si sono scagliati contro l’artista. L’Anpi parla di «abuso». Delia ha risposto candidamente che intendeva «allargare il campo» e rendere «universale» il canto resistenziale, non rendendosi però conto dell’impossibilità di rendere ecumenico ciò che trae la sua forza dall’essere un’espressione di parte. Anche questo, piaccia o non piaccia, è un sintomo di stanchezza dell’antifascismo.

Due indizi non faranno ancora una prova, ma qualcosa vogliono pur dire. E il Concertone di ieri sera ci suggerisce che la più classica delle mitologie della sinistra rischia oggi di risuonare scontata e un po’ noiosa.

Non è, per la verità, un fenomeno nuovo, però proprio oggi comincia a rendersi evidente. Come mai? Le cause sono diverse, a partire dal fatto che l’insistito uso (e abuso) dell’antifascismo contro il governo di Giorgia Meloni sta evidentemente producendo l’effetto contrario perché ne rivela il carattere strumentale, a tutto danno dell’autorevolezza dell’antifascismo stesso.

A tutto questo dobbiamo aggiungere, come ha osservato Fabio Toriero, il cortocircuito provocato lo scorso 25 Aprile dal fatto che, a sparare contro il corteo antifascista di Roma, non sia stato un estremista di destra ma un giovane appartenente alla Comunità ebraica. Lo schema preparato dalla sinistra è saltato. «La realtà -ha scritto il direttore de Lo Speciale- è stata più forte di ogni tentativo di manipolazione e strumentalizzazione».

Ogni copione ideologico è destinato alla fine a smentire se stesso. C’è sempre una variabile impazzita che rivela una verità molto più prosaica da quella proclamata nei fasti di un passato mitologico. Sia rappresentata, questa variabile, dall’irragionevole e criminale moto di rabbia di un giovane ebreo contro un inedito antisemitismo in forma antifascista. Sia rappresentata anche dalla voglia di provocazione di un vecchio cantautore il quale, non sapendo più cosa trasgredire, finisce per scandalizzare (e alla fine sbeffeggiare) la sua stessa “famiglia” politica.

 

 

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.