Un’opera che scaturisce direttamente dalla domanda che ossessiona il regista fin dall’infanzia: cosa accadrebbe se venisse dimostrato ufficialmente che gli extraterrestri esistono?
Nel 2017 il New York Times ha pubblicato un articolo a riguardo, e nel 2023 la Commissione Intelligence della Camera ha tenuto delle audizioni pubbliche in cui informatori sotto giuramento, provenienti da alti livelli militari e governativi, hanno testimoniato su segreti e verità nascosti agli americani e al mondo: c’è stata un’interazione tra la nostra specie e una specie extraterrestre. Tra documenti declassificati dal Pentagono, audizioni al Congresso degli Stati Uniti e il ronzio costante dei podcast a tema, Spielberg intercetta lo zeitgeist contemporaneo. Tuttavia, non si adagia sul complottismo da predictive programming; trasforma invece il concetto di “Disclosure” in una riflessione profonda su una società moderna frammentata da comunicazioni manipolate, tensioni politiche e dissonanza cognitiva.
Tutto ruota intorno alla figura di un whistleblower, un informatore, Daniel Kellner (Josh O’Connor), esperto di cybersicurezza per una società che conserva prove governative di visite aliene sul nostro pianeta fin dal 1947. Il suo antagonista è il dirigente dell’azienda (Colin Firth) che vuole tenere tutto nascosto. Alleati, un misterioso attivista (Colman Domingo) e una giornalista (Emily Blunt) che si occupa normalmente di previsioni meteo.

Il legame con Incontri ravvicinati del terzo tipo è immediato, quasi genetico. Eppure, se nel 1977 il mistero era avvolto nel silenzio dei deserti, in Disclosure Day la verità deve farsi strada tra il rumore dei social media e la gestione opaca del potere. Le domande poste quasi cinquant’anni fa trovano qui una risposta definitiva: l’alieno non è solo chi viene dalle stelle, ma chiunque approdi in un luogo sconosciuto e varchi il confine dell’ignoto. Questa prospettiva trasforma il film di genere in una riflessione sull’empatia che in Disclosure Day, cessa di essere un sentimento e diventa un vero e proprio personaggio, la linea di demarcazione tra chi rischia tutto per la verità e chi sceglie di soffocarla sotto il peso della sicurezza nazionale.
La forma soggiacente del mondo non è una formula matematica fredda, ma il bisogno intrinseco di connessione tra specie diverse.
È questo il filo rosso che unisce il ragazzo di diciassette anni che girava Firelight in Super 8, il bambino che guardava le Perseidi insieme al padre, e il regista di oggi che studia le inchieste del New York Times.
Girato interamente in pellicola Kodak 35mm, il film rifiuta la pulizia clinica del digitale per abbracciare quella “pasta” visiva tipica dell’atmosfera “Amblin”. Questa identità nasce dal sodalizio trentennale con Janusz Kamiński: il direttore della fotografia ha dichiarato di aver adottato un approccio “fuori dagli schemi” incoraggiato dal regista e trova il suo apice nella suggestiva e poetica scena in cui i protagonisti hanno la possibilità di tornare alla propria infanzia.
Se il mondo è finalmente pronto per la verità, Disclosure Day diventa la carta d’identità di un’umanità che, per guardare le stelle, deve prima imparare a guardarsi negli occhi. Perché la forma finale della realtà non è il mistero, ma l’incontro.
In sala con Universal Pictures da domani mercoledì 10 giugno 2026.
Vittorio Zenardi



