Acclamato alle Giornate degli Autori dell’81ª Mostra del Cinema di Venezia e premiato con il GdA Director’s Award, Manas – Sorelle della brasiliana Marianna Brennand, porta con sé il sostegno di nomi come Sean Penn, Walter Salles e i fratelli Dardenne. Ma al di là dei riconoscimenti, ciò che colpisce è la forza silenziosa con cui il film entra nello sguardo dello spettatore: senza clamore, senza concessioni, fino a diventare una presenza costante e difficile da scrollarsi di dosso.
L’isola di Marajó sembra respirare. Lo fa attraverso il fiume che avanza lento e immenso come una presenza antica, attraverso il fango che si attacca alla pelle e ai piedi, attraverso l’aria densa che avvolge ogni cosa in una calura quasi liquida. La foresta amazzonica non fa da sfondo a Manas – Sorelle: ne è il battito cardiaco. I rumori degli insetti, il fruscio delle foglie, il richiamo degli uccelli, l’acqua che lambisce le rive, tutto contribuisce a costruire un mondo vivo, pulsante, bellissimo e allo stesso tempo soffocante. È un luogo che incanta e imprigiona, che accoglie e nasconde. Marianna Brennand sceglie di partire da qui, da questa terra sospesa tra meraviglia e ferita, per raccontare una storia che affonda le sue radici nella realtà più dolorosa. E forse è proprio questa la prima grande forza del film: la capacità di farci sentire fisicamente dentro un territorio, di costringerci a respirarne l’umidità, ad ascoltarne i silenzi, a percepirne i segreti ancora prima che vengano pronunciati.
Manas – Sorelle non nasce infatti da un’urgenza narrativa, ma da un lungo percorso umano. Per oltre dieci anni Marianna Brennand ha attraversato villaggi remoti della foresta amazzonica, ascoltando donne e ragazze che portavano dentro di sé storie di violenza, soprusi e silenzi tramandati di generazione in generazione. È da quelle voci raccolte con pazienza e rispetto che prende forma questo film. Lo si avverte in ogni scena. Non c’è mai la sensazione di assistere a una ricostruzione artificiale o a una denuncia costruita per scuotere lo spettatore. Al contrario, tutto sembra nascere da un ascolto profondo, da uno sguardo che osserva senza invadere e che sceglie la delicatezza come strumento per raccontare l’indicibile. Brennand affronta il tema della violenza domestica e di genere con una sobrietà rara, evitando qualsiasi compiacimento e affidandosi alla forza delle immagini, dei gesti, delle assenze. È un cinema che non urla mai, ma che proprio per questo riesce a colpire con una precisione devastante.
Al centro di tutto c’è Tielle, tredici anni, il volto luminoso e vulnerabile di Jamilli Correa, sorprendente al suo esordio cinematografico. Quando la incontriamo è ancora immersa in quell’età sospesa in cui il mondo sembra poter essere qualunque cosa. Osserva il fiume, gioca, sogna, guarda oltre l’orizzonte con la curiosità e l’impazienza di chi desidera una vita più grande di quella che conosce. Eppure qualcosa comincia lentamente a incrinarsi. Non c’è un momento preciso in cui l’innocenza si spezza. Il film lavora per sottrazione, lasciando che sia lo spettatore ad accompagnare Tielle nella graduale presa di coscienza di ciò che accade intorno a lei. Uno sguardo, una frase interrotta, una tensione che attraversa la casa come una corrente invisibile. Brennand costruisce magistralmente questa scoperta dolorosa, trasformando il percorso della protagonista in un’esperienza emotiva condivisa. Sentiamo la sua confusione, la sua incredulità, la paura che cresce lentamente fino a diventare una presenza costante. Sentiamo soprattutto il peso di una verità che nessuno sembra disposto a nominare.
Il rapporto con la madre diventa allora uno degli aspetti più strazianti del racconto. Perché il film non parla soltanto della violenza esercitata dagli uomini, ma anche delle conseguenze che quella violenza produce nelle donne che l’hanno subita e che hanno imparato a sopravvivere adattandosi al silenzio. Lo sguardo della madre custodisce un dolore antico, sedimentato negli anni, una rassegnazione che sembra essersi trasformata in una forma di difesa. Tra lei e Tielle si apre una distanza fatta di incomprensioni, di parole non dette, di una sofferenza che passa da una generazione all’altra senza riuscire a trovare una via d’uscita. Ed è proprio qui che Manas – Sorelle raggiunge alcuni dei suoi momenti più intensi, quando mostra come il silenzio possa diventare una prigione collettiva, una struttura invisibile che finisce per proteggere gli aggressori e isolare le vittime.
La grandezza del film risiede nella capacità di trasformare questa storia in un percorso di resistenza. Tielle ha paura, una paura concreta e tangibile che accompagna ogni suo movimento. Eppure dentro quella paura continua a esistere qualcosa che resiste. Un desiderio di libertà. Una rabbia che lentamente prende forma. La necessità di immaginare un futuro diverso per sé e per la sorella. È un processo lento, doloroso, spesso impercettibile, ma proprio per questo straordinariamente autentico. Non assistiamo alla nascita di un’eroina, ma alla crescita di una ragazza che comprende di avere il diritto di esistere fuori dalla violenza e fuori dal silenzio. La sua ribellione non assume mai toni spettacolari. È fatta di piccoli passi, di sguardi che cambiano direzione, di una consapevolezza che emerge poco alla volta fino a diventare impossibile da ignorare.
La regia accompagna tutto questo con una sensibilità impressionante. La macchina da presa resta vicina ai corpi, ai volti, ai dettagli della vita quotidiana. Le immagini della natura amazzonica, così maestose e seducenti, finiscono per dialogare continuamente con la fragilità delle persone che la abitano. C’è una bellezza struggente in molti fotogrammi di Manas – Sorelle, ma è una bellezza che non consola mai davvero. Al contrario, sembra ricordarci costantemente la distanza tra la magnificenza del paesaggio e la brutalità delle violenze che si consumano al suo interno. Jamilli Correa regala un’interpretazione di una maturità sorprendente, fatta di silenzi, esitazioni e improvvise esplosioni emotive che restano impresse a lungo. Accanto a lei, Dira Paes costruisce una figura materna complessa e dolorosa, lontana da ogni semplificazione.
Quando il film termina e scorrono i titoli di coda, la sensazione non è quella di aver assistito semplicemente a una storia. È piuttosto quella di aver ricevuto una testimonianza. Manas – Sorelle resta addosso come l’umidità della foresta che impregna gli abiti e la pelle. Costringe a fare i conti con ciò che troppo spesso viene nascosto, negato o considerato lontano. Ma soprattutto obbliga a interrogarsi sul peso del silenzio. Sul modo in cui il silenzio protegge la violenza, la rende invisibile, la tramanda. Marianna Brennand firma un’opera di straordinaria umanità che nasce dall’ascolto e che all’ascolto ci richiama. Non è semplicemente un film da vedere. È un film da attraversare. Un’esperienza che chiede allo spettatore di fermarsi, guardare e riconoscere l’esistenza di donne e ragazze troppo a lungo dimenticate. E una volta usciti dalla sala, ignorare le loro voci diventa impossibile.
Vittorio Zenardi



