Vertice Nato, Meloni prepara Ankara con Tajani, Giorgetti e Crosetto

giovedì, 2 Luglio 2026
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Un vertice dove il governo conferma il 5% per le spese relative alla Difesa. Frizioni con Rutte sulla storia delle basi militari italiane e conto alla rovescia per il summit Nato di Ankara il prossimo 7-8 luglio presso il complesso presidenziale di Beştepe. Questi i punti caldi sul tavolo ieri sera a Palazzo Chigi Giorgia Meloni ha fatto il punto con il ministro degli Esteri Antonio Tajani, quello dell’Economia Giancarlo Giorgetti e il titolare della Difesa Guido Crosetto. È il primo grande vertice dopo l’intesa dell’Aia nel 2025 cin un risultato evidente: il 5% del Pil per la difesa da verificare.I temi sul tavolo sono tre: l’adeguamento delle spese, il sostegno all’Ucraina, con la Nato ancora spaccata su una dichiarazione comune per il no di alcuni paesi, tra cui l’Italia e la sicurezza del fianco sud dopo la crisi di Hormuz. Gli Usa arrivano con la “pagella” in mano. L’ambasciatore presso la Nato Matthew Whitaker indica Ankara come banco di prova per il 5%. Trump attacca la Spagna: “Non sono buoni alleati. Lo capiranno”. L’obiettivo americano resta chiaro: più oneri di sicurezza in capo agli europei. L’Italia risponde sì. “Confermeremo l’impegno sulla spesa militare. È un passo coraggioso per la nostra libertà e sicurezza”, ha detto il titolare della Farnesina in Aula. E ancora: “Vogliamo essere protagonisti del pilastro europeo della Difesa”, con coordinamento Ue-Usa su Ucraina e Medio Oriente.Ma c’è uno strappo con il segretario generale. Tajani ha respinto le parole di Mark Rutte sull’uso di basi italiane nella crisi con l’Iran: “Non era Nato, le dichiarazioni sono improvvide”. Rutte, al Financial Times, ha ammesso “casi isolati di delusione” rivolgendosi a Usa verso alcuni europei, ma ha rivendicato 5.000 voli americani da basi europee: “Il quadro resta positivo”.Ankara è un test di credibilità, non solo di bilancio. Washington vuole nomi e cifre: chi non arriva al 5% finisce sotto pressione pubblica. Meloni gioca su due binari: allineamento sui numeri per tenere Washington, distinguo politico su Ucraina e uso delle basi per non legare Roma a ogni crisi. Lo scontro con Rutte serve a tracciare un confine: cooperazione sì, trascinamento no. Risultato: l’Italia si presenta affidabile sul 5%, ma rivendica autonomia strategica.

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