Legge elettorale: incidente “voluto”, elezioni più vicine

mercoledì, 15 Luglio 2026
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«Governo a casa. La premier salga al Quirinale»: così gridano all’unisono, da ieri sera,  Elly Schlein e Giuseppe Conte. In realtà, l’ultima cosa che gli esponenti del campo largo si possono augurare, è che il governo cada e che si vada alle elezioni anticipate. Lorsignori/e, Giorgia Meloni la vogliono sempre a Palazzo Chigi, ma in difficoltà permanente. Un’anatra zoppa, come dicono i giornalisti politici americani.

Viceversa, chi non vede l’ora di correre alle urne, è proprio la presidente del Consiglio. Quelle parole sibilate ieri sera («ha vinto di nuovo la palude, serve una riflessione») non promettono alcunché di buono.

Quella andata in scena a Montecitorio, con i volti contrariati dei leader della maggioranza e con i cori di giubilo dell’opposizione, non è altro che una commedia degli inganni o, se preferite, la classica sceneggiata politica all’italiana. Netta, fin da ieri sera, è la sensazione che l’”incidente” in Aula, con il governo battuto dai franchi tiratori sull’emendamento preferenze alla legge elettorale, sia un esito in qualche modo “voluto” dalla premier, o quantomeno ampiamente previsto da coloro che hanno proposto tale azzardata modifica al provvedimento sul sistema di voto. L’idea  è che Meloni abbia voluto effettuare una sorta di “test” sulla tenuta della maggioranza, con il retropensiero di precostituirsi un alibi (unitamente a un forte argomento propagandistico) per accelerare la fine della legislatura.

Per capire il perché bisogna riavvolgere il nastro e andare al 23 marzo scorso, giorno della sconfitta della maggioranza nel referendum sulla Giustizia. È in quel momento che s’afferma in Meloni e in FdI la voglia di elezioni anticipate. I motivi sono tre: 1) il governo non può più fregiarsi del titolo di “riformatore”; 2) l’opposizione, al di là dei cori e degli abbracci, è in pieno marasma nella designazione del candidato premier; 3) l’aver mancato per un punto il riaggiustamento di bilancio costringerà a una finanziaria rigorosa e, per meno tempo se ne avvertiranno gli effetti nel Paese, e meglio sarà.

A tutto ciò aggiungiamo che l’aumento dei costi energetici a causa della chiusura di Hormuz crea nervosismo in imprese e famiglie. Il possibile alleggerimento delle bollette per effetto della deroga al rigore ottenuta da Bruxelles potrà costituire, sì, un fattore di consenso, ma si tratta di una carta che dovrà necessariamente essere giocata nel breve periodo.

A questo punto, il ragionamento di Meloni è semplice: meglio capitalizzare il consenso fin qui ottenuto che arrivare ulteriormente logorati alla scadenza naturale della legislatura, evento previsto per l’autunno del 2027. Un’eternità, che potrebbe risultare fatale per il fronte del centrodestra.

A questo punto è naturale chiedersi: se elezioni saranno, quando si svolgeranno? Difficilmente potranno svolgersi nel prossimo autunno: alla difficoltà di rispettare i tempi “tecnici” per un eventuale voto in settembre, si aggiunge l’inopportunità di elezioni anticipate con una crisi internazionale ancora in corso. È assai improbabile che Sergio Mattarella consenta un simil esito.

E allora quando si potrà andare a votare? La data più probabile sarà nel mese di aprile. Perché mai?  Innanzi tutto, per una ragione assai poco ideale e molto, molto materiale: se si votasse prima, la metà (o quasi) di deputati e senatori dovrebbe rinunciare al vitalizio maturato in questa legislatura. Anche i parlamentari tengono famiglia…

E poi c’è una questione molto tattica: la convenienza, per il centrodestra, di andare al voto prima delle Comunali della prossima primavera, elezioni che si terranno nelle principali città italiane, tutte amministrate dal centrosinistra (Roma, Milano, Torino, Napoli e Bologna). La premier vorrebbe schivare innanzi tutto l’Election Day, che potrebbe avere un effetto di trascinamento per il campo largo. In secondo luogo, le conviene impedire che la quasi certa riconferma dei sindaci di centrosinistra gonfi le vele dell’opposizione e deprima le truppe della maggioranza.

Resta da capire come evolverà la variabile Vannacci. Il plateale gesto della pattuglia di parlamentari di Futuro nazionale nel filmarsi durante il voto segreto è un segnale di disponibilità a un accordo con il centrodestra. Staremo a vedere che accadrà. Ma certo è il fatto che, sia Matteo Salvini sia Antonio Tajani (entrambi usciti malconci dall’incidente di ieri), avranno meno armi da opporre a una eventuale intesa con il generale. Se non riescono a controllare i rispettivi partiti, che forza potranno mai  esercitare per ostacolare un accordo che, sondaggi alla mano, si prospetta vantaggioso per la coalizione?

Da ieri sera, Giorgia Meloni ha diverse frecce in più nella sua faretra.

 

 

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