Donald Trump alza il tono con Teheran. Il presidente Usa annuncia colloqui approfonditi e produttivi con l’Iran, diretti e indiretti, e definisce molto ragionevoli i nuovi leader iraniani. Ottimista e possibilista all’inizio ma subito dopo arriva la minaccia: se l’accordo non arriverà, gli Stati Uniti sono pronti a una forte azione militare. Trump ha ordinato al Pentagono di tenere in stand-by gli attacchi alle centrali elettriche e alle infrastrutture energetiche iraniane per 5 giorni, ma solo a condizione che i negoziati proseguano con esito positivo. “È un memorandum d’intesa. Se non mi piace, torniamo a bombardare”, ha detto a bordo dell’Air Force One. E ha avvertito: “Per ogni nave colpita nello Stretto di Hormuz, Washington risponderà colpendo ponti e centrali elettriche in Iran”. Nel frattempo si riaccende il fronte yemenita. Gli Houthi, sostenuti da Teheran, hanno lanciato nuovi attacchi contro infrastrutture saudite. Quattro petroliere cariche di greggio diretto in Asia hanno invertito la rotta nel Mar Rosso dopo le minacce dei ribelli. Altri tre natanti avevano già cambiato rotta nei giorni scorsi.La tensione fa salire il prezzo del petrolio. Il Brent ha guadagnato oltre 6 dollari al barile. L’agenzia iraniana Tasnim ha rilanciato la possibilità di bloccare lo Stretto di Hormuz e Bab el-Mandeb, da cui passa un quinto del petrolio mondiale. Analizzando le ultime mosse possiamo dire che Trump gioca su due tavoli. Offre la trattativa per sgonfiare la crisi, ma tiene la mano sul grilletto per non sembrare debole. È la classica strategia del massimo pressing.Il problema è che il conflitto si è già allargato. Con gli Houthi che colpiscono l’Arabia Saudita e Teheran che minaccia di chiudere Hormuz, ogni incidente può far saltare i colloqui. Per Washington il rischio è restare intrappolati: se si attacca, il prezzo del greggio esplode e l’Iran si irrigidisce. Se non si attacca, si perde credibilità. Nel mezzo c’è l’economia globale. Il grande nodo da quale dipendono gli equilibri mondiali.



