Dall’Ucraina all’Iran, fino a Gaza: tutti i fallimenti di Donald, che ora teme il voto di novembre

lunedì, 10 Agosto 2026
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Trump

Donald Trump avrà approfittato della partitella a golf con il mitico Gary Player, nella sua tenuta in New Jersey, per riordinare le idee sui suoi fallimenti in serie in politica estera?

Chi lo conosce sa che il suo smisurato narcisismo lo porta a minimizzare ogni situazione avversa, compresa la guerra guerreggiata che ha scatenato contro l’Iran nel febbraio scorso trascinato da Benjamin Netanyahu. Di fatto, il magnate è finito in un vicolo cieco: non sa come uscire onorevolmente dal conflitto in Medio Oriente, ha ricevuto uno schiaffo dal premier israeliano sul Board of Peace previsto per Gaza, ha completamente perso il controllo delle dinamiche negoziali tra Ucraina e Russia. Non vuole ammetterlo, ma il suo grande cruccio sono le elezioni di medio termine di novembre che potrebbero decretare la riconquista della Camera da parte dei Democratici. I quali, secondo alcune indiscrezioni, sarebbero pronti a lanciare la procedura di impeachment verso Trump attraverso indagini sulle sue aziende e società finanziarie, ma anche su quelle a lui legate da contratti con l’amministrazione. Ad esempio, sono stati fatti i nomi di Apple, Alphabet, Palantir, Blackstone, BlackRock e la Tesla di Elon Musk Secondo le fonti, i dem intenderebbero puntare ad audizioni, mandati di comparizione e richieste di documentazione per acquisire atti relativi a entità nell’orbita politica e imprenditoriale di Trump.

Il tycoon dice di non pensare al voto di novembre e di essere concentrato sulla chiusura della crisi geopolitiche in atto, ma il midterm è l’autentico rovello che lo sta dilaniando. Per questo sperava che la piena riapertura dello Stretto di Hormuz gli offrisse una via d’uscita dal conflitto con l’Iran, consentendogli di dichiarare la vittoria e ridurre le operazioni militari anche senza raggiungere un accordo sul programma nucleare di Teheran. L’Iran ha però decisamente alzato il prezzo per garantire il libero passaggio delle navi, chiedendo il ritiro delle forze americane dalla regione, la fine del blocco navale, la revoca delle sanzioni, lo sblocco dei beni iraniani congelati e miliardi di dollari di risarcimenti di guerra. Washington, secondo quanto riferito al Wall Street Journal da funzionari statunitensi, non sarebbe tuttavia disposta ad accettare né restrizioni al passaggio delle navi americane né il pagamento di pedaggi a Teheran. La nuova posizione iraniana restringe ulteriormente i margini di manovra di Trump, che negli ultimi giorni aveva lasciato intendere che un accordo fosse imminente e che gli obiettivi militari americani fossero stati raggiunti.

I pasdaran ritengono che Washington abbia un forte interesse a chiudere il conflitto e sta sfruttando come leva negoziale la capacità di ostacolare il traffico nello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per i flussi energetici mondiali. A esercitare ulteriore pressione sulla Casa Bianca sono anche l’avvicinarsi delle elezioni di midterm e il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti, salito a circa quattro dollari al gallone. L’Iran ritiene che la vittoria sia ormai vicina e scommette sul fattore tempo e sull’eventuale stanchezza del presidente americano.

Anche il capo delle forze armate americane, Don Caine, comincia a essere insofferente sull’impossibilità di Washington di trovare una via d’uscita e ha chiesto ai suoi più alti consiglieri di fare pressioni sul comandante in capo per evitare un’escalation. Secondo quanto hanno rivelato due fonti informate alla Cnn l’opinione del generale, a sei mesi dall’inizio della guerra, è che le opzioni militari sul tavolo potrebbero rivelarsi controproducenti e difficilmente la sola potenza aerea americana consentirebbe di raggiungere gli obiettivi dichiarati dal presidente. «Caine sta cercando una via d’uscita», ha affermato una delle fonti. Il generale Caine non è il solo a ritenere che la guerra contro l’Iran sia giunta a un bivio. Secondo le fonti, egli ha discusso per trovare un’exit strategy con altri esponenti chiave dell’amministrazione, tra cui il direttore della Cia John Ratcliffe, il segretario di Stato Marco Rubio e il vicepresidente Jd Vance.

Domenica è arrivato un altro colpo ai progetti visionari del capo della Casa Bianca. L’alleato Netanyahu ha detto che Israele non si ritirerà mai da Gaza prima che la Striscia sia completamente libera dalle forze armate di Hamas. Va a fondo, così, anche il famoso piano del Board of Peace. L’ennesimo smacco, che non ha fatto altro che agitare ulteriormente i piani alti delle forze armate statunitensi.

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