Innovation Manager e Sustainability Manager certificata, Lucia de Grimani lavora da anni al fianco delle imprese nei processi di innovazione, trasformazione digitale e sostenibilità. Parallelamente, si dedica alla crescita dell’imprenditoria e della leadership femminile: guida CNA Impresa Donna Roma e Lazio, è Ambassador Huawei per l’empowerment femminile digitale e promuove progetti dedicati alle competenze digitali e ai nuovi modelli di business — un impegno che le è valso un posto tra le Forbes 100 Women Leaders 2025 e il “Premio Donne di Roma 2026 – Sostenibilità”. È proprio nell’intersezione tra questi due mondi che si colloca oggi il suo lavoro: utilizzare innovazione, tecnologia, intelligenza artificiale e sostenibilità non soltanto per accompagnare la trasformazione delle imprese, ma come strumenti di conoscenza, autonomia e leadership per le donne. Ne abbiamo parlato con lei.
I dati del programma EDO – Educazione Digitale per l’Occupazione – del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali mostrano una forte partecipazione femminile ai percorsi per le competenze digitali. Che cosa ci dice questo dato e cosa significa, in particolare per una realtà come Roma, dove l’imprenditoria femminile rappresenta una componente così importante del tessuto economico?
«Questo dato racconta qualcosa di importante: le donne hanno voglia di acquisire competenze e di essere protagoniste della trasformazione in corso. E se guardiamo a Roma, questo dato assume un significato ancora più interessante: la Capitale è il primo territorio italiano per numero di imprese femminili, con oltre 96 mila imprese guidate da donne. Quindi non stiamo parlando soltanto di donne che devono acquisire competenze per entrare nel mercato del lavoro, ma di una componente enorme del nostro sistema produttivo che deve essere messa nelle condizioni di governare la trasformazione digitale.
Oggi intelligenza artificiale, digitale, innovazione e sostenibilità stanno cambiando profondamente il lavoro e il modo di fare impresa. Per questo penso che il tema dell’empowerment femminile debba evolvere insieme alla società. Continuiamo giustamente a parlare di parità salariale, accesso al credito, conciliazione e partecipazione delle donne ai luoghi decisionali — ma dobbiamo porci anche un’altra domanda: stiamo dando alle donne gli strumenti per essere protagoniste dell’economia che stiamo costruendo?
È un tema che sento particolarmente vicino, perché il mio percorso professionale si è sviluppato proprio in questa intersezione. Lavoro con le imprese sui processi di innovazione, sostenibilità e trasformazione digitale e, da anni, mi occupo anche di imprenditoria ed empowerment femminile. A un certo punto ho capito che questi due percorsi erano in realtà lo stesso percorso: le competenze che rendono un’impresa più competitiva possono rendere anche una donna professionalmente più autonoma, consapevole e capace di incidere».
Quindi, secondo lei, dobbiamo ripensare anche il significato stesso di empowerment femminile?
«Sì, dobbiamo ampliarlo. Non possiamo più considerare le donne soltanto come destinatarie di politiche che cercano di ridurre un divario: dobbiamo metterle nelle condizioni di partecipare alla costruzione del futuro.
Per me empowerment significa soprattutto questo: conoscenza, competenze, consapevolezza e capacità di scegliere. È la logica con cui negli anni ho costruito anche i progetti rivolti alle imprenditrici. Con Bottega Digitale, ad esempio, abbiamo lavorato sull’adozione di modelli di business innovativi e sostenibili; come Ambassador Huawei ho partecipato ad attività dedicate allo sviluppo delle competenze digitali per l’imprenditoria femminile.
Oggi aggiungerei con ancora più forza l’intelligenza artificiale. Non credo che tutte le donne debbano diventare esperte di tecnologia, così come non credo che ogni imprenditrice debba diventare una programmatrice. Ma credo che tutte debbano avere la possibilità di comprendere gli strumenti che stanno trasformando il lavoro, saperli utilizzare e avere sufficiente consapevolezza per partecipare alle decisioni che li riguardano.
Esiste una differenza enorme tra subire una trasformazione e avere gli strumenti per governarla».
Lei lavora con le imprese e allo stesso tempo rappresenta da anni il mondo dell’imprenditoria femminile. Guardando ai prossimi anni, quale cambiamento vorrebbe vedere?
«Vorrei vedere sempre più donne passare dall’essere destinatarie del cambiamento all’essere protagoniste del cambiamento. Lavorando con le imprese ho imparato che l’innovazione non coincide semplicemente con l’introduzione di una tecnologia: un’impresa cambia davvero quando cambiano le competenze, la cultura, i processi e soprattutto la capacità delle persone di immaginare soluzioni nuove. Credo che per la leadership femminile valga esattamente lo stesso principio.
Per questo considero tecnologia, innovazione e sostenibilità anche strumenti di autonomia e di leadership. Più una persona possiede conoscenza e competenze, maggiore è la sua capacità di scegliere, negoziare, creare valore e partecipare ai luoghi in cui vengono prese le decisioni.
La sfida, quindi, non è soltanto aumentare il numero delle donne presenti nei luoghi dell’economia e dell’impresa: è fare in modo che possano arrivarci con gli strumenti necessari per incidere realmente. Per me questo significa leadership: non semplicemente occupare uno spazio, ma avere competenze, consapevolezza e capacità di trasformarlo. E credo che questa sia la domanda che dovremmo porci oggi: vogliamo preparare le donne ad adattarsi al futuro che arriverà oppure vogliamo metterle nelle condizioni di contribuire a costruirlo?
Vittorio Zenardi



