Legge elettorale, sì del Senato, ma ora alla Camera si va al rischiatutto

martedì, 15 Settembre 2026
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Passa anche a Palazzo Madama, ma non è ancora finita. Il Senato ha approvato la riforma della legge elettorale, ribattezzata Stabilicum, con 113 voti favorevoli, 71 contrari e 2 astensioni, tra i cartelli di protesta delle opposizioni e gli scontri verbali in Aula. Una vittoria, per la maggioranza, che però dura poco: il testo, modificato rispetto alla versione arrivata da Montecitorio, dovrà tornare alla Camera per la terza e definitiva lettura, attesa entro la prima settimana di ottobre. E lì, con il voto segreto sempre dietro l’angolo, il vero rischiatutto deve ancora arrivare.

Lo Stabilicum introduce un sistema proporzionale puro corretto da un premio di maggioranza, detto anche “di governabilità”: la coalizione che supera il 42% dei consensi in entrambe le Camere ottiene un bonus fino a 70 deputati e 35 senatori, così da garantirsi una maggioranza parlamentare stabile. Torna inoltre, parzialmente, il voto di preferenza, ma con i capilista bloccati nelle liste.

Poco prima del voto finale, i senatori dell’opposizione hanno protestato mostrando cartelli con la scritta “No alla legge truffa”, subito dopo la dichiarazione di voto di Fratelli d’Italia. Momenti di tensione si sono registrati anche durante l’intervento del capogruppo M5s Luca Pirondini, che ha mostrato un fac-simile di scheda elettorale con la scritta “Fratelli di casta”. Il presidente Ignazio La Russa lo ha richiamato all’ordine per il gesto, provocando la replica polemica del senatore pentastellato.

Al banco del governo erano presenti i ministri Roberto Calderoli, per gli Affari regionali e le autonomie, e Luca Ciriani, per i Rapporti con il Parlamento.

La ministra per le Riforme Elisabetta Casellati si è detta ottimista sul passaggio a Montecitorio, escludendo al momento particolari ostacoli o “sovvertimenti” in Aula, pur non sbilanciandosi sull’eventualità di una questione di fiducia. Sul fronte della rappresentanza di genere, la ministra ha ribadito che la responsabilità del posizionamento delle candidate nei collegi resta in capo ai partiti, anche in presenza di quote formali del 40 e 60 per cento.

Di segno opposto la lettura del capogruppo del Pd al Senato, Francesco Boccia, che ha criticato duramente il meccanismo del premio di maggioranza legato al 42%, definendolo lontano dallo spirito della Costituzione.

Il passaggio più delicato resta però quello finale a Montecitorio. Diversamente dal Senato, dove il voto segreto non è previsto, alla Camera lo scrutinio segreto resta una possibilità concreta sui punti più sensibili del testo, come già accaduto nella prima lettura di luglio, quando un emendamento sulle preferenze presentato dalla maggioranza fu bocciato per un solo voto proprio a scrutinio segreto, complice l’azione di alcuni “franchi tiratori”. Per questo la terza lettura, chiamata a dare il via libera definitivo alla riforma, si annuncia come un vero e proprio rischiatutto per la maggioranza: con il voto segreto, i numeri sulla carta non garantiscono automaticamente la tenuta della coalizione, e ogni modifica introdotta al Senato potrà riaprire, almeno in parte, i giochi.

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