“Closure” di Michał Marczak – La recensione

venerdì, 23 Ottobre 2026
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"Closure" di Michał Marczak

In concorso nella sezione Progressive Cinema della Festa del Cinema Roma

Sinossi

Il filmmaker Michał Marczak aiuta un uomo, Daniel, a cercare il figlio adolescente, che teme possa essere scomparso nelle acque della Vistola, il fiume più lungo della Polonia. Le ricerche richiedono la creazione di videocamere che possano andare sott’acqua, o l’uso di droni per le riprese dall’alto. E le vicende di Daniel si intrecciano con quelle di altri genitori, al bivio tra la scoperta di una verità tragica o il prolungamento di un’attesa che, per quanto insostenibile, non chiude la speranza. Quello di Marczak è un anti-reality girato in modo cinematografico e con un sound design unico – un documentario che scavalca tutte le convenzioni del genere. Un’esperienza immersiva ed emotivamente sconvolgente, un racconto in progress, che non sa mai se potrà arrivare a una conclusione, a una catarsi.

Recensione 

Daniel non si arrende. Nel maggio 2023 suo figlio Krzysztof, adolescente, scompare a Varsavia. Una telecamera di sorveglianza lo riprende su un ponte sulla Vistola, ma quelle ultime immagini non mostrano se si sia gettato in acqua o si sia semplicemente allontanato. La polizia chiude le ricerche, i giornali passano ad altro, e Daniel continua da solo, con una barca che si è costruito, a perlustrare un fiume che è il più lungo della Polonia e che sembra non avere mai fine.

Michał Marczak, già autore di All These Sleepless Nights, premiato al Sundance nel 2016 per la regia, non cercava questa storia. Stava navigando la Vistola con la moglie e il figlio di sei anni per scegliere i luoghi di un film di finzione, e a bordo gli sono tornati in mente i temi della genitorialità, della cura, delle pressioni invisibili che mettiamo sui figli. Poi ha incrociato Daniel. «La finzione ha lasciato il posto alla necessità documentaria», racconta il regista, e non tanto al fatto di cronaca quanto ai confini sfumati di ciò che significa, nella vita e nel lutto, voltare pagina. Questa è la chiave del film: Closure non è un’inchiesta, è una veglia.

“Closure” di Michał Marczak

 Daniel usa ogni strumento a disposizione: telecamere, droni, GPS, dispositivi subacquei. La tecnologia moltiplica i punti di vista e raggiunge luoghi inaccessibili allo sguardo umano, e Marczak ne fa il linguaggio stesso del film, alternando la cinepresa alle immagini delle macchine, la vista dall’alto all’esplorazione dei fondali. Ma più guardiamo e più capiamo che vedere non basta. In una delle scene più forti Daniel fa cadere dal ponte un manichino dotato di tracciatore per capire dove la corrente potrebbe portare un corpo: un esperimento da ingegnere che, proprio perché preciso, ci fa sentire quanto sia assurdo dover misurare così la perdita di un figlio.

“Closure” di Michał Marczak

Le riprese subacquee sono il cuore sensoriale del film. Non mostrano nulla di spettacolare, mostrano la materia dell’acqua, torbida, fredda, pesante, e ci fanno percepire fisicamente cosa sia quel fiume per un corpo. Il resto lo fa il suono. Il sound design lavora per sottrazione e per massa: il respiro dell’acqua, il vento, la natura che sovrasta la figura minuscola di un uomo e della sua barca. Il fiume è un personaggio immenso, indifferente, che ha inghiottito qualcosa e non lo restituisce. Il film non ci dice se Krzysztof si sia gettato, e nulla nelle immagini lo conferma, ma ogni indizio tende a un esito che nessuno osa nominare. È proprio nel dubbio, tra paura di un ritrovamento e speranza di un ritorno, che Daniel resta sospeso.

Intorno a lui si intrecciano le storie di altri genitori, tutti al bivio tra la verità tragica e un’attesa insostenibile che almeno non chiude la speranza. Così Closure diventa lo sguardo su un problema più vasto: i suicidi dei ragazzi, una piaga diffusa in tutto il mondo e sottovalutata dalla società contemporanea, di cui si parla poco e quasi sempre tardi. Marczak non spiega e non consola, e non offre cause facili.

E poi c’è Daniel, il suo coraggio, che in un certo senso è quello di tutti i padri.  Se smettesse di cercarlo, sarebbe come dire che di suo figlio non gli importa più niente. Cercare è l’ultimo modo di amare. Sotto questa ostinazione scorre il tema che il film non nomina mai e che è forse il più difficile: il rimorso, e la domanda su quanto riusciamo davvero a capire ciò che prova chi vive accanto a noi. Educare un figlio, ascoltarlo, intuire i suoi sentimenti, riconoscere un dolore che non si dice: Closure ci ricorda che spesso lo scopriamo quando non c’è più nessuno a cui chiederlo.

È un documentario che non dà catarsi, perché sa che non può. Chi esce dalla sala non trova risposte ma una domanda più grande, e un padre da non dimenticare.

Vittorio Zenardi

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