Nella sezione Special Screenings della Festa del Cinema di Roma è stato presentato La stanza degli altri, il documentario con cui Enrico Maisto ha seguito per sette anni la storia di Mietta, ex giudice minorile settantenne e amica di famiglia del regista, che vive da sola in un elegante quartiere di Milano. Un giorno Ibu, l’amico senegalese che Mietta aveva conosciuto in Sardegna, quando vendeva orologi sulla spiaggia, le chiede ospitalità per sé e per la moglie Bousso, appena arrivata in Italia e incinta. Da quella richiesta nasce una convivenza che dura anni, mentre il piccolo Khadim cresce tra loro. Ne abbiamo parlato con il regista.
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Sette anni di riprese: quando ha capito che stava girando un progetto lungo una parte della sua vita? Girava a periodi, o ogni volta che succedeva qualcosa?
«Nell’estate del 2018 sono venuto a sapere che Mietta aveva comprato una casa più grande e aveva proposto a Ibu e Bousso di trasferirsi tutti insieme, così ho deciso di chiedere loro se potessi provare a documentare l’inizio di questa loro esperienza in comune. Non avevo idea che il mio percorso con loro sarebbe durato sette anni. Non c’è stata una regolarità nella scelta dei momenti da filmare. Sicuramente cercavo di essere presente in concomitanza di ricorrenze o avvenimenti particolari, come compleanni, vacanze, convalescenze, ma spesso sono andato anche in giornate qualsiasi, a campione. La mia presenza è diventata più frequente quando la linea narrativa del film è diventata più chiara, negli ultimi tre anni, perché cercavo di catturare dei momenti precisi, di ottenere alcune immagini che sentivo necessarie per la costruzione del racconto, e sicuramente non è stato facile incontrarle».
Ci sono stati gli anni del Covid. Come hanno cambiato il film e la convivenza? Ha continuato a girare, o è stato un momento di sospensione?
«Confesso che appena prima del Covid avevo pensato di abbandonare il progetto. Era stato dopo aver filmato la scena del gelato sulla spiaggia. Quell’episodio mi aveva turbato, mi sentivo testimone di qualcosa che mi procurava disagio e non capivo più bene dove posizionarmi per raccontare questa storia. Poi ho iniziato a montare il mio precedente documentario L’età dell’innocenza proprio quando è esploso il lockdown, e così per quasi un anno non sono più andato in quella casa, anche se pensavo spesso a come potessero essere mutati gli equilibri domestici fra loro in una situazione così particolare. Poi, nel 2021, alla riapertura, ho deciso di tornare. Lì ho scoperto che il rapporto fra Mietta e Khadim era completamente cambiato: il piccolo aveva sviluppato un affetto sincero per lei, adesso la cercava, voleva giocare con lei. Questo mi ha dato la spinta per ricominciare a filmare».
Il film ha un finale aperto. Come si decide di fermarsi dopo sette anni, e come ha scelto cosa tenere tra tutto il girato?
«Sì, ha un finale aperto, come del resto rimangono gli equilibri di questa convivenza. Ho scelto di fermarmi lì dove sono emersi gli interrogativi identitari di cui il piccolo Khadim dovrà farsi carico crescendo, mi è sembrato che stesse per cominciare un altro racconto e che fosse naturale affidare questo orizzonte al finale del film. Il processo di montaggio è stato lungo e tortuoso, forse uno dei più difficili con cui mi sia misurato. Non per il numero di ore del girato, che a dispetto di quanto si possa pensare non superano l’ottantina, ma proprio per le caratteristiche di un materiale molto fragile, che nell’accumulazione trova la sua forza, ma anche il pericolo dell’indebolimento se la misura non è precisa. Poi si tratta di un materiale molto sensibile, suscettibile di diventare provocatorio al di là delle intenzioni, involontariamente controverso e quindi da governare con grande responsabilità. In questo percorso difficile sono stato accompagnato da due montatrici eccezionali, Veronica Scotti prima, ed Enrica Gatto poi. Con Enrica abbiamo lavorato più di un anno e la sua lucida solidità è stata indispensabile per trovare la forma definitiva del film».
Lei non si vede ma si sente: fa domande, recupera ricordi, chiede perfino delle elezioni in Senegal. Il suo modo di filmare è cambiato negli anni?
«Certamente. All’inizio mantenevo un approccio prevalentemente osservativo. Raramente intervenivo con qualche domanda, perlopiù rivolta a Mietta. Con lei c’era un rapporto pregresso, mi sentivo più a mio agio a filmarla, mi sembrava anche di riuscire a leggere i suoi stati d’animo con più facilità. Poi con il tempo ho capito che non potevo nascondermi, non potevo sottrarmi al tentativo di mettere in discussione alcune dinamiche di cui ero diventato testimone, stando sempre attento a non giudicare, ma provando a porre le domande che sentivo necessarie».

Quanto la presenza della macchina da presa è diventata parte della casa?
«Non saprei, bisognerebbe chiederlo a loro. Certamente la mia presenza è diventata abituale, ma devo dire che fin dall’inizio è stata percepita con molta naturalezza: nessuno ci ha mai fatto molto caso e, per quanto strano possa sembrare, nessuno si è mai truccato o aggiustato o ha mai smesso di fare quello che stava facendo solo perché ero arrivato io a riprendere. In questo forse ha aiutato anche il fatto che ho girato sempre da solo».
Il film mostra le tensioni tra Mietta e Ibu e il desiderio di lei di avere voce sull’educazione di Khadim. Ha girato scene che ha esitato a tenere, o che i protagonisti le hanno chiesto di togliere?
«Nessuno mi ha chiesto di togliere scene dopo aver visto il film montato. Certamente però ci sono stati episodi che ho meditato a lungo se tenere, ma soprattutto come trattare, perché non venissero letti in modo fuorviante, alterando pesi ed equilibri nel racconto dei personaggi. Come ho detto prima, si tratta di un materiale altamente instabile e perciò difficile da maneggiare».
Ha lavorato come stagista di regia con Marco Bellocchio su Vincere. Cosa ha portato con sé di quell’esperienza?
«Ero al primo anno di università e chiesi a Bellocchio di poter assistere alle riprese del film che stava per entrare in produzione. Lui, molto saggiamente, disse che non si poteva stare su un set senza avere un ruolo, così mi affidò il compito di realizzare il backstage del film. Fu un’esperienza indimenticabile, che ancora oggi considero a tutti gli effetti come la scoperta per me della forma documentaria. Cercando di imparare qualcosa del cinema di finzione di un grande maestro, ho incontrato il documentario».
Cosa hanno detto Mietta, Ibu e Bousso vedendo il film, e cosa spera che porti a casa il pubblico della Festa di Roma?
«Penso sia molto difficile per chi è coinvolto come loro trovare la distanza per riuscire a vedere quello che il film racconta, al di là di quella che è la realtà delle loro vite. Probabilmente servirebbero molte visioni. Sono abbastanza convinto che questo film chieda tanto allo spettatore e lo lasci molto libero di scegliere dove posizionarsi, ma se non c’è questa volontà di partecipare, il materiale di cui è fatto rimane inerte. Mi piacerebbe che gli spettatori si portassero a casa un po’ di quelle domande che mi sono fatto anch’io, che abitassero per un po’ il disagio che questa storia può provocare in alcuni passaggi, ma anche la speranza che nuovi equilibri apparentemente impensabili possano sempre nascere al di là di tutti i giudizi e le convenzioni».
Vittorio Zenardi



