«Dio ride» di Giovanni Veronesi: un’opera sincera che mette a confronto fede, libertà e potere

lunedì, 26 Ottobre 2026
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Pierfrancesco Favino in Dio ride - Foto Enrico De Luigi

Nel Seicento di frate Leopoldo, che racconta il Vangelo con parole semplici e ridendo insieme alla gente, prende forma un confronto tra fede, libertà e potere.

C’è un modo di fare cinema popolare che non vuol dire semplice, ma limpido. Dio ride, scritto e diretto da Giovanni Veronesi (Per amore, solo per amore, Manuale d’amore, I moschettieri del re) e presentato come film di chiusura, fuori concorso, della 83ª Mostra del Cinema di Venezia, è una storia per tutti, un film sincero.

Siamo nel cuore del Seicento, e l’opera è liberamente ispirata a fatti realmente accaduti. Frate Leopoldo da Casamacchia, interpretato da Pierfrancesco Favino, parla di Dio come nessuno aveva fatto prima. Mentre la Chiesa predica in latino, lui racconta il Vangelo con parole semplici e una gioia contagiosa, a volte ironica, portando sollievo a chi non ha niente. Un Dio vicino agli uomini, capace anche di ridere con loro. Il messaggio si diffonde di villaggio in villaggio, le chiese si svuotano e l’eco arriva fino a Roma, dove quella voce suona pericolosa per chi governa attraverso la paura. Il Papa affida il caso al cardinale Maculani (Silvio Orlando), inquisitore tra i più autorevoli del suo tempo.

È un’idea che Veronesi riconduce anche a una frase pronunciata da papa Francesco nel 2024: «Si può ridere anche di Dio? Certo, non è una bestemmia questa, come si gioca e si scherza con le persone che amiamo». Una riflessione che attraversa tutto il film e ne chiarisce lo spirito: la fede non ha necessariamente bisogno della paura per essere rispettata, né dell’autorità per essere ascoltata.

Silvio Orlando in Dio Ride

Il cuore del film quindi è proprio questo costante confronto tra due modi opposti di intendere la fede e il potere. Silvio Orlando, nei panni del cardinale, mette in scena un uomo di legge e di dubbio, ed è bravo a non trasformarlo mai in una caricatura. Dall’altra parte c’è Favino, che offre una prova attoriale eccellente: il suo Leopoldo ha corpo, voce e sorriso di un uomo che crede davvero a ciò che dice e che per questo non ha paura. Quando i due si incontrano nella scena della grotta, il film trova il suo punto più alto. Colpisce ancora una volta la capacità dell’attore romano di lavorare sui dialetti: qui è quello umbro, restituito con una naturalezza che contribuisce a dare al personaggio autenticità e radicamento popolare, senza mai trasformarlo in una macchietta.

Veronesi gira come fa chi vuole farsi capire, senza ostentazione. Una delle scelte più riuscite è la fotografia naturale di Maurizio Calvesi, che usa la luce per farci  immergere fin da subito nell’ambiente che è uno dei protagonisti.

Da una parte la natura, spazio di libertà e di contatto con il divino; dall’altra la Chiesa, con le sue gerarchie, le sue regole e i suoi luoghi di potere, due modi di abitare il mondo e di vivere la fede. Il Seicento non è mai una cartolina o un’ambientazione di maniera, ma un mondo attraversato da tensioni ancora riconoscibili.

La parte della principessa è interpretata con grazia da Alma Noce, mentre Francesco Gheghi, Maurizio Lombardi e Paolo Rossi contribuiscono a rendere credibile e variegato l’universo del film. E commuove vedere Carlo Cecchi, nei panni di papa Innocenzo X, in quella che resta la sua ultima interpretazione cinematografica.

Alma Noce e Pierfrancesco Favino in Dio ride

Il film risuona con il nostro presente: mette al centro la libertà, la forza della verità e il rapporto tra l’uomo e il potere, nelle sue ombre e contraddizioni. Lo fa senza lezioni, con una commedia umana che sa anche commuovere. Perché, come dice la storia di Leopoldo, si può spegnere una voce, ma non quello che quella voce ha lasciato negli altri.

Nelle sale dal 29 ottobre 

Vittorio Zenardi

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