Il rumore delle cose nuove apre la Festa del Cinema di Roma: Genovese «Le bugie condizionano la nostra esistenza»

martedì, 13 Ottobre 2026
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Paolo Genovese con il cast de Il rumore delle cose - Conferenza stampa

Ha preso il via oggi la XXI edizione della Festa del Cinema di Roma con Il rumore delle cose nuove, il nuovo film diretto da Paolo Genovese, che inaugura la manifestazione nella sezione Grand Public. La pellicola arriverà nelle sale il 12 novembre con 01 Distribution. A seguire la proiezione, il regista e il cast, composto tra gli altri da Emanuela Fanelli, Edoardo Pesce, Vittoria Puccini, Claudia Pandolfi e Claudio Santamaria, hanno incontrato la stampa, rispondendo alle domande dei giornalisti e soffermandosi sui temi del film, sui personaggi e sulle scelte che hanno guidato la realizzazione della storia.

I segreti dell’anima e l’evoluzione da Perfetti sconosciuti

Durante la conferenza stampa, Paolo Genovese ha riflettuto sul filo rosso che lega le sue opere, accostando Il rumore delle cose nuove a Perfetti sconosciuti e Follemente. Un percorso cinematografico nel quale il tema del segreto cambia forma, spostandosi da ciò che custodiamo nei nostri telefoni a quello che accade nella nostra mente, fino a raggiungere una dimensione ancora più intima.

«Il tema dei segreti, del non detto e del nascosto rimane. In Perfetti sconosciuti erano segreti quotidiani, nascosti nel nostro cellulare. In Follemente entravamo nelle teste. In Il rumore delle cose nuove sono segreti dell’anima, quelle cose che decidiamo di lasciare dormienti per non alterare una situazione. È sempre il tema di ciò che c’è dietro e apparentemente non vediamo», ha spiegato il regista.

Il significato del titolo si lega proprio a questa dimensione, come ha raccontato lo stesso Genovese, soffermandosi sulla scelta di una parola capace di racchiudere le contraddizioni della storia. «La scelta della parola “rumore” è perché tutto ciò che entra nella vita di queste coppie fa rumore, baccano, e questo non è necessariamente positivo, ma neppure negativo. Mi piaceva insomma l’uso di una parola che resta ambivalente», ha spiegato.

Il rumore diventa così la metafora di tutto ciò che irrompe nella quotidianità e mette in discussione gli equilibri di una relazione. Non necessariamente qualcosa da cui difendersi, ma anche ciò che può portare alla luce verità rimaste a lungo nascoste, costringendo i protagonisti a confrontarsi con se stessi e con gli altri.

Il punto, infatti, non è soltanto ciò che decidiamo di tenere nascosto, ma il modo in cui una menzogna può modificare le nostre azioni. È proprio questo aspetto a incuriosire Genovese: le bugie non si limitano a modificare il modo in cui gli altri ci vedono, ma possono spingerci a comportarci in modi che non ci appartengono, condizionando progressivamente le nostre scelte.

«Le bugie ti costringono a fare cose che non vorresti fare, ad avere comportamenti che non vorresti avere. L’interesse più grande è come il falso, tra virgolette, condiziona le azioni della tua esistenza. Questo mi incuriosisce molto», ha raccontato il regista.

Sollecitato sulle differenze tra il romanzo da cui è tratto il film e l’adattamento cinematografico, Genovese ha inoltre spiegato come, nel corso di quattro anni di lavoro, i personaggi si siano evoluti insieme agli autori, arrivando a compiere scelte diverse rispetto al materiale di partenza.

«Non c’è stata una scelta di mettere in scena il finale per il pubblico, ma semplicemente i personaggi hanno preso una strada diversa», ha precisato, sottolineando come l’evoluzione della storia sia nata dal percorso dei suoi protagonisti.

Le voci dei protagonisti: tra ambiguità e fragilità

Le contraddizioni raccontate dal film attraversano anche le parole degli interpreti, che durante la conferenza stampa hanno restituito le diverse sfumature dei loro personaggi, tra fragilità personali, maschere sociali e tentativi di proteggere gli equilibri affettivi.

Emanuela Fanelli ha parlato di Alba con particolare tenerezza, descrivendola come una donna dalla purezza quasi infantile, la cui luminosità viene progressivamente soffocata all’interno delle mura domestiche. «È un personaggio che mi ha intenerito molto. Ha una purezza e una luminosità quasi infantile, ma dentro casa quella natura viene soffocata. Sentendosi sempre sbagliata o stupida, vive nella speranza che prima o poi arrivi un giorno buono», ha raccontato l’attrice.

Alba sembra inizialmente intrappolata in una condizione di fragilità, schiacciata da un contesto che la porta a dubitare di se stessa. Eppure, come emerge dalle parole di Fanelli, il suo percorso non si esaurisce nella vulnerabilità: alla fine, il personaggio rivela anche una forza che merita di essere raccontata, mostrando come dietro un’apparente debolezza possano nascondersi risorse inattese.

Di tutt’altra natura è Umberto, il personaggio interpretato da Edoardo Pesce, nel quale emerge una delle ambiguità più inquietanti della storia. La sua figura mette in luce la distanza tra l’immagine pubblica e la realtà privata: una persona che agli occhi degli altri può apparire brillante ed empatica, ma che nell’intimità rivela un lato violento e terribile. Anche il fatto che svolga attività di clownterapia per bambini oncologici contribuisce a rendere ancora più stridente il contrasto tra ciò che mostra al mondo e ciò che nasconde. Umberto diventa così un esempio di quanto le apparenze possano ingannare e di quanto sia difficile comprendere davvero chi abbiamo davanti quando la maschera sociale finisce per coprire una realtà completamente diversa.

Anche Andreina, interpretata da Vittoria Puccini, vive il rapporto con la verità attraverso una convinzione che, almeno nelle intenzioni, nasce dal desiderio di proteggere la coppia. L’attrice ha descritto il suo personaggio come «la regina delle bugie e dei non detti», una donna convinta che, per salvaguardare una relazione, alcune cose non debbano necessariamente essere condivise. Una scelta che rischia però di produrre conseguenze dolorose, perché ciò che viene taciuto non sempre scompare: spesso rimane in sospeso, fino al momento in cui i nodi vengono al pettine.

Il tema dell’autenticità torna anche nelle riflessioni su Viola, il personaggio di Claudia Pandolfi, attraversato dalla frustrazione e dalla difficoltà di trovare un equilibrio sincero all’interno dei rapporti. Le sue contraddizioni si inseriscono in una riflessione più ampia sulle relazioni contemporanee, dove il desiderio di essere accettati e quello di proteggere chi amiamo possono entrare in conflitto con la necessità di mostrarsi per ciò che si è davvero.

Le scelte registiche e la solitudine dei personaggi

La dimensione interiore dei protagonisti si riflette anche nelle scelte di regia. Interpellato sul modo di girare il film e sull’uso della messa a fuoco e delle inquadrature, Genovese ha spiegato di aver voluto isolare i personaggi dal contesto esterno, mantenendo lo sguardo vicino a loro e lasciando sullo sfondo ciò che li circonda.

«I personaggi hanno una certa solitudine, per questo mi piaceva tenere tutto il resto fuori. Restare molto addosso a loro, senza un contenitore ben visibile, dona vita e sfumature al raccontarli», ha spiegato il regista.

Una scelta che accompagna il racconto e permette di concentrarsi sulle sfumature dei personaggi, sulle loro contraddizioni e su tutto ciò che non riescono, o non vogliono, esprimere apertamente.

Anche la musica contribuisce a definire l’identità del film: le musiche sono firmate da Daprinski, mentre la canzone originale è composta e interpretata da Brunori Sas. Un contributo che si inserisce nel racconto delle relazioni e delle loro trasformazioni, accompagnando le atmosfere di una storia in cui ciò che sembra silenzioso può diventare improvvisamente impossibile da ignorare.

Con Il rumore delle cose nuove, Paolo Genovese apre la XXI Festa del Cinema di Roma tornando a esplorare le zone più ambigue delle relazioni umane, senza fermarsi alle apparenze e senza offrire giudizi semplici sui suoi protagonisti. Perché una bugia può nascere dal tentativo di proteggere qualcuno, dalla paura di perdere ciò che si ama o dal bisogno di conservare un equilibrio. Ma il falso può finire per condizionare le nostre azioni e portarci lontano da ciò che avremmo davvero voluto essere.

Vittorio Zenardi

 

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