Prima di diventare il profeta sfrontato dell’anatomia femminile, il provocatore irridente dell’Italia bacchettona, Tinto Brass è stato un cinefilo di razza purissima. Bisognerebbe ripartire da lì, dalle penombre della Cinémathèque française di Henri Langlois sul finire degli anni Cinquanta, dove un giovanissimo Brass maneggiava le pellicole dei maestri in cambio di vitto e alloggio, respirando il profumo imminente della Nouvelle Vague e imparando il ritmo del montaggio direttamente alla fonte del cinema moderno. Una scuola rigorosa, proseguita poi al fianco di giganti come Roberto Rossellini, Alberto Cavalcanti e Joris Ivens, che una certa critica pigra e perbenista ha sempre finto di dimenticare.
Eppure, in quel passaggio ideale dalla grammatica sacra di Langlois alla teorizzazione del “culo come specchio dell’anima”, non c’è mai stata alcuna abiura formale. Per Brass, filmare i corpi svestiti non è mai stato un ripiego commerciale né una concessione al trash da commedia sexy, ma il naturale approdo di una ricerca estetica, filosofica e profondamente politica. In un Paese da sempre afflitto da un’ipocrisia vischiosa — pronto a consumare il sesso nel buio delle pruderie borghesi ma incapace di tollerarlo alla luce del sole —, Brass ha preso il desiderio e l’ha trasformato in un atto di eversione solare. Un cinema ludico e sfrontato dove l’eros, sulla scorta di Wilhelm Reich e Herbert Marcuse, si fa fattore deragliatore del potere e unico, reale antidoto al grigio conformismo della vita.
Ed è all’interno di questo orizzonte di lucida eversione che va letta una delle sue affermazioni più folgoranti e apparentemente paradossali: «Dopo il Muro di Berlino è caduta la centralità del culo». Una battuta che ha il sapore del motto di spirito, ma che nasconde in realtà una diagnosi sociopolitica di rara acume.
Per Brass, infatti, il corpo in subbuglio non è mai stato una semplice questione anatomica o un mero sfogo voyeuristico. Sulla scorta della lezione della Scuola di Francoforte, il sesso rappresentava l’ultimo baluardo non omologato, l’incendio in grado di inceppare la macchina del controllo sociale. Finché sono esistiti i blocchi contrapposti, le grandi narrazioni ideologiche e il rigido moralismo di Stato — fosse esso di matrice cattolica o socialista —, il desiderio smodato e la gioiosa sfrontatezza della carne hanno funzionato come una vera e propria carica di dinamite. Dichiarare che «il culo è lo specchio dell’anima» o sostenerne la centralità estetica significava rivendicare il primato dell’individuo, della sua irriducibile singolarità e della sua spinta edonistica contro ogni forma di dogmatismo autoritario.
Con il crollo del Muro e il trionfo del conformismo globale, anche la carica sovversiva dell’eros ha finito per stemperarsi. Assorbita dal mercato, imbrigliata nell’algoritmo o banalizzata dal consumo di massa, la trasgressione ha perso quella forza “deragliatrice” che il regista veneziano le aveva costantemente attribuito. In questo senso, le riflessioni di Brass sulla carne non sono mai state superficiali: dietro la provocazione sorniona si celava un pensiero complesso e avanguardistico, capace di leggere nel corpo svelato non la volgarità della macchietta, ma l’ultima, disperata cartina di tornasole della libertà umana di fronte al potere.
In fondo, il vero scandalo di Tinto Brass non è mai stato il corpo esibito, ma il suo rifiuto radicale del compromesso morale. In un’Italia che ha sempre preferito il peccato nascosto alla gioia sfacciata, il suo cinema ha funzionato come uno specchio implacabile puntato contro il bigottismo più viscido, quello che si indigna in pubblico e consuma in segreto. Ci è voluto un coraggio d’altri tempi per fare dell’erotismo una bandiera pop, evitando la secca della macchietta e difendendo con sfrontata coerenza il diritto al piacere come forma suprema di emancipazione.
Ora che la sua macchina da presa si è fermata, ci restano le sue provocazioni intelligenti, le sue intuizioni da intellettuale corsaro e l’eredità di uno sguardo che ha preteso, fino all’ultimo fotogramma, di ricordarci una verità semplice e spietata: senza la ricerca della felicità e della carne, la vita diventa solo un esercizio di noia. Addio al maestro che ha insegnato al cinema italiano a non vergognarsi più di sé stesso.
Vittorio Zenardi



