Ucraina, Meloni alza la voce: «L’Europa parli con una voce sola». Ecco con chi ce l’ha

giovedì, 5 Novembre 2026
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Giorgia Meloni si fa sentire in Europa e denuncia la farraginosità delle iniziative Ue per porre fine alla guerra in Ucraina. Troppa dispersione e troppa inconcludenza: il vecchio continente rischia di accentuare la sua marginalità fino all’irrilevanza. Basta, è il momento di cambiare registro.

La premier lancia il suo appello attraverso una lettera al presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa: «Caro Antonio, alla luce dei più recenti sviluppi, sono costretta a tornare su un tema che ho più volte sollevato in Consiglio Europeo. Mi riferisco alla necessità, per l’Europa, di parlare con una sola voce sulla questione ucraina. Necessità ormai improcrastinabile».

La prima cosa da notare è che Meloni prende una iniziativa dal sapore spiccatamente  europeistico nel momento in cui la presenza Ue sul fronte del conflitto che infuria da quattro anni e mezzo alla sua frontiera orientale si va facendo sempre più flebile,  mortificata com’è dal rapporto privilegiato che Donald Trump ha stabilito con Vladimir Putin. La presidente del Consiglio pare ben consapevole che l’Europa attuale, così com’è, non può entrare da protagonista in un tavolo negoziale in cui contano principalmente la forza militare, la potenza economica, il peso geopolitico.  Ma almeno -appare questo il senso del suo ragionamento- potrebbe trovare un minimo di unità d’intenti politici.

Nella missiva Meloni ripercorre quanto accaduto nell’ultimo mese, con incontri sparsi tra Usa, Scandinavia, Berlino, Bruxelles, Medio Oriente. «A Miami un incontro “informale” tra i Consiglieri per la sicurezza nazionale di alcuni Stati europei, Ucraina, e rappresentanti Nato e Ue è stato confermato solo successivamente, da fonti statunitensi. Poi ci siamo riuniti a Oslo. Pochi giorni dopo, a Helsinki, durante la sessione del Consiglio Nordico, il Presidente Stubb e il Primo Ministro Store hanno sospeso i lavori per una telefonata “a titolo nazionale” con il Presidente russo Putin. Immediatamente dopo è stata convocata per il 19 novembre, a Berlino, una riunione della Coalizione dei Volenterosi, che riunisce 37 Stati. Ma, una settimana prima, cioè il 12 novembre – a margine della riunione della Comunità Politica Europea – siamo stati convocati a una riunione del cosiddetto “formato Berlino”, che ha una composizione ancora diversa da tutte le altre che ho citato. Come se non bastasse, apprendo che in questi giorni hanno luogo riunioni di livello tecnico a Bruxelles, e che è prevista una non meglio precisata presenza europea ai colloqui previsti ad Abu Dhabi tra ucraini e russi con la mediazione americana. E, nel frattempo, ci saremo visti al Consiglio Europeo informale di Dublino».

Una ricostruzione, quella della presidente del Consiglio, che spiegherebbe «più di qualsiasi parola quanto tutto questo ci stia rendendo poco credibili nella gestione di uno dei dossier più complicati con i quali le nostre Nazioni si confrontano». Per la premier «tutti ci rendiamo conto di come, dando l’immagine di un’Europa che va in ordine sparso, non facciamo altro che l’interesse di chi vuole che questa guerra continui. E penso che sia inaccettabile, atteso che in gioco ci sono vite umane e il futuro della nostra sicurezza».

Al dunque Meloni chiede a  Costa che nel «prossimo Consiglio Europeo informale di Dublino la questione venga discussa, affinché il Consiglio Europeo di dicembre sia in grado di formalizzare una decisione sul punto, anche dopo un raccordo con Regno Unito, Norvegia e gli altri partner europei interessati. In caso contrario, temo che rischiamo di condannare l’Europa all’irrilevanza nel processo negoziale».

Si possono leggere in filigrana, nella lettera della Meloni, i riferimenti indiretti a chi frena di fatto l’iniziava comune per motivi che vanno dalla voglia di protagonismo politico (come nel caso della Francia) o da interessi di politica interna (come nel caso della Germania o dei Paesi nordici).

Chi, alla fine, tenta di fare un discorso squisitamente europeo è proprio l’Italia. Dopo questa lettera della nostra premier, nei palazzi di Bruxelles avranno di che riflettere.  E discutere.

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