Perché aumentano gli occupati ma anche la disoccupazione

Economia

In Italia aumenta sia il numero degli occupati che quelli della disoccupazione. Non è un errore dell’Istat che ha fotografato la situazione del mercato occupazionale nel mese di luglio ma è l’effetto di quasi un decennio di crisi sul mondo del lavoro.

A luglio gli occupati in Italia superano i 23 milioni, mai così tanti dal 2008, prima della crisi. Ecco la notizia positiva. Quella negativa è che la disoccupazione sale all’11,3%, aumentano le donne senza lavoro e i giovani disoccupati sono il 35,5%. La crescita congiunturale dell’occupazione interessa tutte le classi di età ad eccezione dei 35-49enni ed è interamente dovuta alla componente maschile, mentre per le donne, dopo l’incremento del mese precedente, si registra un calo. Aumentano sia i lavoratori dipendenti sia gli indipendenti. Questo significa che aumentano i 50enni che hanno un’occupazione ma aumentano anche i giovani che un lavoro ancora lo cercano.

Era dal 2008, prima dell’inizio della crisi, che l’Italia non superava i 23 milioni di occupati. Lo ha fatto quest’anno o meglio, lo ha fatto negli ultimi due mesi (giugno e luglio) censiti dall’Istat. Infatti anche a luglio, secondo i dati provvisori forniti dall’istituto di statistica, la stima degli occupati è cresciuta dello 0,3 per cento rispetto a giugno. Si tratta di 59 mila unità in più che portano il tasso di occupazione al 58 per cento (+0,1 per cento). Numeri positivi che però vanno letti in prospettiva e sul lungo periodo. Dieci anni dopo l’inizio della crisi, l’Italia nel 2017 è risalita ai 23 milioni di occupati che aveva nel 2008, e che (fra l’altro) corrispondono al suo record storico. E’ innegabile che 23 milioni di posti di lavoro siano pochi per 60 e passa milioni di abitanti. Sebbene ci siano dei segnali positivi cu sono ancora troppe persone alla ricerca di un impiego. Sul Sole 24 Ore si mettono in luce anche i i dati sul “numero di ore di cassa integrazione complessivamente autorizzate è stato pari a 35 milioni, in diminuzione del 22,4% rispetto allo stesso mese del 2016 (45,1 milioni). Le domande di disoccupazione arrivate all’ente di previdenza a giugno (tra Aspi, Naspi, disoccupazione e mobilità) sono state 132.222 con una crescita del 3,8% su giugno 2016 e del 36,5% su maggio 2017 (96.805 domande)”. Attenzione viene posta anche sui tipi di contratto: “L’Inps rileva che nei primi sei mesi del 2017 sono stati attivati oltre 822.000 contratti a tempo indeterminato (comprese le trasformazioni) con un calo del 2,7%% sullo stesso periodo del 2016. Le cessazioni di contratti stabili nello stesso periodo sono state 790.133 e che quindi il saldo resta attivo per 32.460 unità (in calo rispetto ai 57.277 dei primi sei mesi 2016 e di 391.869 dei sei mesi 2015 quando erano previsti sgravi contributivi totali)”.

Da questi numeri emerge anche un’altra questione molto rilevante, quella della qualità degli impieghi in aumento. Gianni Balduzzi su Linkiesta fa un ragionamento molto interessante: “Quello che sta accadendo dunque è tra le cause della percezione di una crisi ancora non finita, di una ripresa presente ancora solo sulla carta, ovvero un aumento, in alcuni casi anche consistente, di posti di lavoro proprio in ambiti in cui gli stipendi sono bassi o molto bassi, in cui a una crescita della produzione corrisponde un quasi identico aumento dell’occupazione perché non vi è quasi alcuna dinamica a livello di miglioramento della produttività. Sono settori a basso valore aggiunto, come il turismo o la ristorazione, a maggior ragione se dominati, come è soprattutto in Italia più che altrove, da realtà piccole. La conseguenza sono salari scarsi, precari, che rimangono tali negli anni perché la competenza specifica e l’appetibilità del lavoratore non crescono molto nel tempo”.

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