Happy end. La recensione

Cinema

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Sinossi
In Happy end si narra la storia di una grande famiglia alto borghese che ha ormai perso i suoi valori. Specchio di una società votata alla falsità, all’egoismo e all’infelicità. Sullo sfondo, Calais, spazio di transito per i rifugiati.

Recensione
A distanza di cinque anni da Amour, film vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes, il maestro Michael Haneke torna con il suo sguardo cinico e disincantato a vivisezionare l’animo umano.
Lo fa con la solita distanza, sempre intento a destabilizzare lo spettatore a cui non lascia apparenti punti d’appiglio. La maggior parte delle azioni che danno il via alla narrazione accadono, infatti, fuori campo. Ai personaggi, osservati come si può fare con le cavie da laboratorio, non viene mai concessa una soggettiva, uno sguardo altro. Attraverso questa oggettivizzazione del soggetto avviene l’incontro con la traumaticità del Reale, spesso offuscata dai vari device digitali. 
Torna l’ossessione del regista austriaco per il voyeurismo  e le tecnologie della video sorveglianza già evidenziata con Caché (2005).
Ma la corrispondenza più forte e significativa la troviamo proprio con la sua opera precedente, basti pensare all’evidente riferimento al passato di Georges/Trintignant e alla fine che ha fatto la moglie. Una sorta di sequel di Amour, dove a potenziare il déjà vu ci pensa anche l’impeccabile  Isabelle Huppert.
Il tema della morte, o meglio la consapevole scelta di porre fine alla propria esistenza o a quella dei propri cari, viene nuovamente affrontato e visto come una soluzione estrema ma plausibile.
L’anarchia del potere, cieca nella sua volontà di non perdere la stabilità che gli è funzionale, benedice la “nuova tratta degli schiavi”, l’individualismo è sovrano e i social network vivono per noi. Questo è l’happy end che ci attende.
Un film saggio, dove Haneke mette alla berlina la Vecchia Europa, costringendola a guardarsi allo specchio. Una critica lucida e feroce  della società contemporanea. Nelle sale italiane dal 30 novembre 2017. 

Vittorio Zenardi

 

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