Merkel-Spd. Ecco il modello grosse koalition per il post 4 marzo

Politica

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In Germania sono pronti a una riedizione della grande coalizione e anche in Italia, a poco meno di un mese dal voto, lo scenario più probabile appare quello di un governo sostenuto da partiti che fanno parte di coalizioni diverse e in antitesi. La grande coalizione in Germania e in Italia sono la stessa cosa? E soprattutto è questo il modello che serve al nostro Paese? I partiti si limiteranno a spartirsi i posti invece che a concordare un programma comune?

Che sia un esecutivo tecnico, di “governo del Presidente” prefigurato da Massimo D’Alema o di uno di larghe intese tra avversari politici composto da Partito Democratico, Forza Italia e cespugli di centro, la strada di un’alleanza post voto che spazzi via le attuali coalizioni sembra la più accreditata.

«Faremo come si stanno organizzando in Germania» si dirà. E’ vero solo in parte. Questa nuova versione della coalizione tra la Cdu-Csu di Angela Merkel e i socialdemocratici di Martin Schulz è una lontana parente delle due precedenti. E sembra convincere di meno. Ai principali sindacati tedeschi l’accordo piace ma sono arrivati parecchi commenti negativi da parte del mondo dell’industria. Secondo un sondaggio pubblicato dal quotidiano Die Welt, il 71, 68 e 56 per cento di elettori rispettivamente di Cdu, Csu e Spd valutano con favore l’accordo raggiunto ma il dato più sintomatico è quell’appena 45% che vuole la nuova grande coalizione. Appena il 16% ritiene porterà a risultati migliori di quella precedente. Anche la stella della Merkel sembra essersi appannata: il 43% vorrebbe vedere l’ex cancelliera in sella per altri quattro anni. Il 50% soltanto per i prossimi due.

Se in Germania una formula politica che ha assicurato di uscire quasi indenni dalla grande crisi e di consolidare la posizione di forza di Berlino in Europa adesso mostra di non incontrare il favore degli elettori e di pezzi importanti della comunità economica, la versione italiana della grande coalizione minaccia di essere davvero deludente.

Mentre l’intesa tra Merkel e Schulz nasce sulla base di un programma congiunto molto dettagliato, così come previsto dalla severissima liturgia istituzionale tedesca, da noi questo non è previsto. Inoltre sarà difficile che dalle urne esca un partito che possa essere riconosciuto dagli altri come l’elemento guida della coalizione. Non è neppure una nostra consuetudine politica. Se si esclude il governo guidato da Enrico Letta (e per certi verso quello tecnico di Mario Monti) e la lontana esperienza del “governo della non sfiducia” di Giulio Andreotti (1976) il nostro sistema politico e la nostra opinione pubblica non sono abituati a esecutivi formati da partiti avversari.

E’ uno scenario improbabile anche quello di un partito in grado di ottenere il 60% dei seggi in Parlamento così da mettersi al sicuro dalle insidie dei passaggi in Aula sulle leggi che prevedono il voto segreto. Come ha scritto Paolo Mieli sul Corriere della Sera di oggi, si tratta di «voti su leggi spesso in contrasto con gli impegni assunti nel corso della campagna elettorale dall’uno o l’altro contraente del patto dal momento che i programmi dei governi imperniati su partiti fino a poco tempo prima antagonisti, sono, per loro natura, basati su compromessi e rinunce simmetriche. Ciò che, ad ogni evidenza, può offrire il pretesto per accuse di tradimento delle promesse elettorali». Con questi presupposti la grande coalizione in versione italiana rischia di essere davvero un insuccesso. 

 

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