Ritiro gay annullato, Mancuso: “A Nosiglia manca il coraggio. Ma Chiesa cambiata”

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Corsi per coppie gay della diocesi di Torino, l’arcivescovo Nosiglia ha detto no annullando le due giornate organizzate da don Gian Luca Carrega responsabile della “Pastorale per gli omosessuali”. La comunità Lgbt è insorta di fronte alle motivazioni addotte dall’arcivescovo infastidito dalle interpretazioni fuorvianti che i media hanno dato dell’iniziativa. “La pastorale per gli omosessuali è un utile servizio di accompagnamento, ma non significa approvazione di comportamenti moralmente inaccettabili” ha detto. Parole che non sono piaciute ad Aurelio Mancuso, già presidente di Arcigay e oggi a capo di Equality Italia raggiunto da Lo Speciale.

Alla fine Nosiglia ha detto no. Deluso?

“Purtroppo ancora una volta la Chiesa ha fatto un passo in avanti per farne due indietro. La Diocesi di Torino in occasione del pride che si svolse proprio in città anni fa, organizzò degli incontri con i promotori dell’evento a dimostrazione di come, rispetto alle tematiche Lgbt, esista già una tradizione di ascolto e di apertura. Sempre la Diocesi torinese elaborò un documento sul cammino di accompagnamento per i credenti gay. Non dimentichiamo poi che a Torino hanno operato figure come padre Pellegrino, sempre sensibile ai temi dell’uguaglianza e della lotta alle discriminazioni, e che è anche la Diocesi di don Luigi Ciotti anche lui vicino alle nostre istanze. Un’attenzione c’è sempre stata. Dispiace che l’arcivescovo Nosiglia abbia deciso di tornare indietro. Ci sono tanti gay credenti che sono inseriti, anche in gruppi, all’interno di varie diocesi, in certi casi con l’assistenza di padri spirituali ma non ovviamente in forma ufficiale. I corsi di Torino potevano essere un primo gesto ufficiale importante e significativo”.

Ritiene anche lei che la Cirinnà avrebbe dovuto prevedere il vincolo di fedeltà per le coppie gay?

“Guardi che il vincolo di fedeltà nella Legge Cirinnà non lo hanno voluto i cattolici: gli Alfano, le Roccella, i Giovanardi perché altrimenti secondo loro si sarebbe riconosciuto all’unione civile lo status di famiglia. Ritengo che lo Stato non debba entrare nei problemi delle famiglie. Ognuno si organizza come vuole. Una famiglia può restare unita tutta la vita anche senza il vincolo di fedeltà. Pur essendo credente penso che lo Stato debba regolare i diritti giuridici delle famiglie, ma non possa interferire nell’organizzazione interna”.

Nosiglia pur evidenziando l’importanza della pastorale per gli omosessuali ha comunque definito le unioni gay “comportamenti moralmente inaccettabili”. Come commenta?

“Niente di nuovo sotto i cieli del Vaticano. Se si organizza un corso per aiutare le coppie gay a riscoprire il valore della fedeltà, si riconosce di fatto che quella coppia ha un valore non soltanto per lo Stato ma anche per la Chiesa. Mi pare contraddittorio approvare una simile iniziativa e poi dire che certe unioni sono inaccettabili. Papa Francesco, pur avendo sempre ribadito che c’è differenza fra matrimonio e unioni civili, non ha mai utilizzato nei confronti di queste ultime il termine inaccettabili. A Nosiglia manca ancora il coraggio, ma penso che presto questa mentalità sarà superata”.

La legge Cirinnà ha fatto bene o male alla Chiesa?

“Secondo me ha fatto bene. Porto il mio esempio. Non ho fatto nessun tipo di matrimonio religioso, perché prima cosa non è contemplato, secondo perché non mi interessa. Ho fatto però benedire gli anelli da un sacerdote che ha agito alla luce del sole senza nascondere nulla ai suoi superiori. Nessuno lo ha punito per questo, perché nella Chiesa c’è sicuramente un’apertura maggiore rispetto all’epoca di Wojtyla e di Ratzinger e c’è la consapevolezza di non poter far finta che non esistano le unioni civili. Poi la Chiesa ha sempre i suoi tempi lunghi, ma credo che a piccoli passi il cambiamento arriverà”.

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