Lasciate perdere la Corea del Nord, la vera polveriera è il Venezuela

Esteri

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di Alfonso Francia

Finite le grandi proteste della scorsa estate, il Venezuela è stato dimenticato dai mass media. Quindi le cose vanno meglio, più o meno si è tornati alla normalità, giusto? Proprio per niente. Il paese sta vivendo una crisi spaventosa, che ha costretto quattro milioni di persone (su una popolazione di 30) a emigrare. Seicentomila venezuelani sono fuggiti in Colombia, spesso a piedi, e ora sopravvivono chiedendo la carità per strada. Parliamo di poliziotti, impiegati, medici, professionisti che potevano contare su un impiego stabile. Ma è come non averlo se lo stipendio minimo, dopo l’ultima riforma del presidente Nicolás Maduro, è ora di 190mila bolivar a settimana, quando un chilo di riso ne costa 210mila. Tanto per rendere le cose più chiare al cambio attuale – quello vero, non quello dichiarato dal governo – per 190mila bolivar si ottiene un dollaro. E considerando i problemi causati dall’iperinflazione (i prezzi sono saliti del 4.000% nel 2017) quello che dieci anni fa era uno dei paesi più ricchi del Sud America, che poteva permettersi di mandare miliardi di dollari di aiuti ai paesi amici come Cuba, è oggi ridotto al livello delle più povere economie africane.

La situazione non promette di migliorare a breve perché l’unica ricchezza disponibile, il petrolio, difficilmente risalirà ai livelli che permettano al Venezuela di sostenere le spese di base per la cittadinanza. Impossibile sperare che l’economia possa venire rilanciata attraverso altri canali, perché dal punto di vista tecnologico e infrastrutturale il paese è molto arretrato e la rivoluzione socialista permanente inaugurata da Hugo Chavez vent’anni fa e proseguita con ancor maggior rigore ideologico da Maduro tiene da tempo lontani gli investitori stranieri.

L’unica soluzione sono gli aiuti umanitari, che però non sono stati attivati in larga scala per volontà del governo statunitense, che ha deciso di mantenere – per la verità estendendole – le sanzioni imposte da maggio 2017 contro il regime, che vietano alle imprese USA di finanziare le attività dell’unica vera azienda venezuelana, quella che gestisce l’estrazione del greggio. Trump sperava che l’inasprimento delle condizioni economiche del paese avrebbe provocato la caduta di Maduro, ma l’esercito gli è rimasto fedele e il presidente è riuscito anzi a rafforzare il controllo sulla cittadinanza, ormai ridotta alla fame e sempre meno in grado di ribellarsi. Dato che rinunciare alle sanzioni potrebbe essere visto come un segnale di arrendevolezza, alla Casa Bianca si sta pensando a un modo diverso di aiutare la popolazione. Il segretario di Stato Rex Tillerson si è recato in questi giorni a Bogotà, dove ha annunciato un piano di aiuti per i venezuelani che sono fuggiti in Colombia. Si tratta di una misura poco più che simbolica, che oltretutto potrebbe aggravare l’emergenza umanitaria perché invoglierebbe altre persone a fuggire dal Venezuela, ma segnala che gli Stati Uniti hanno preso atto del fatto che non possono continuare a ignorare la situazione. La crisi venezuelana è già più grave di quella argentina del 2001, e allora non si aveva a che fare con un capo del governo disposto a tutto pur di rimanere al potere. È da questa sfida, non dalla gara di insulti a distanza con Kim Jong-un, che si misurerà la statura internazionale del presidente Trump.

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Micaela Del Monte
A sei anni ho avuto la mia prima macchina da scrivere ma poi gioco del pallone è diventata la mia passione. Laureata in scienze della comunicazione, ho iniziato a scrivere per diversi giornali online fino ad arrivare ad IntelligoNews in redazione. Oggi scrivo per Lo Speciale e collaboro con la radio della Capitale

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