The Post: una lettera d’amore alla carta stampata che sa di necrologio

In Rilievo

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Giornali, giornali e ancora giornali. Se si dovesse riassumere per una recensione The Post – maxi produzione di Steven Spielberg che racconta la pubblicazione da parte di New York Times e Washington Post di un rapporto riservato del Pentagono sulla guerra in Vietnam – con una sola inquadratura, sceglieremmo una delle decine che ritraggono i personaggi con in mano un quotidiano. Scegliete pure: Tom Hanks lo ripone accuratamente ripiegato sul tavolo del ristorante, Meryl Streep ne è praticamente rivestita mentre li legge sul divano, i redattori del Post ci litigano per non far volar via le pagine mentre lo sfogliano in strada, i facchini li lanciano ancora imballati sui marciapiedi durante la distribuzione mattutina, gli hippie li brandiscono come cartelli di protesta durante i sit-in per chiedere la pubblicazione di tutti i documenti segreti.

Certo, il film vuole essere prima di tutto una celebrazione della libertà di stampa, del primo emendamento della costituzione USA e del diritto dei cittadini di essere informati sulle azioni del governo. I fatti raccontati sono reali ed ebbero una importanza enorme nel ridefinire i rapporti tra stampa e politica. Nel 1971 New York Times e il Post resero pubblici stralci di documenti riservati sull’andamento del conflitto in Vietnam, dai quali si evinceva che le amministrazioni che si erano succedute da Eisenhower in poi avevano sempre saputo che quella contro i vietcong era una guerra impossibile da vincere, e che migliaia di americani e vietnamiti continuavano a morire solo perché a Washington non sapevano come ritirare l’esercito senza perdere la faccia. L’allora inquilino della Casa Bianca Richard Nixon – che pure di lì a due anni avrebbe ordinato il cessate il fuoco – reagì con la solita veemenza, tentando di impedire la pubblicazione per via giudiziaria, ma si vide dare torto dalla Corte Suprema che stabilì il diritto dei quotidiani a pubblicare i documenti.

Pure se la celebrazione del valore della stampa paladina del cittadino altrimenti inerme di fronte alle bugie del governo è l’obiettivo dichiarato della pellicola, il centro del film non è il giornalismo ma il suo manufatto in via di sparizione, il giornale di carta. Spielberg lo celebra documentandone con amore l’intero processo di lavorazione: la scrittura del pezzo su macchina da scrivere, la correzione a matita della bozza, l’invio del pezzo approvato via posta pneumatica direttamente nella sala di composizione, dove ogni pagina viene realizzata ancora con la linotype, e infine l’azione delle enormi rotative che stampano il nuovo numero. Spielberg celebra quel mondo ancora vicino ma ormai sparito in cui le notizie più recenti si leggevano al mattino, in cui era impensabile muoversi per andare al lavoro senza essersi prima fermati in edicola e ogni vagone di metropolitana era affollato di pendolari col naso incollato tra le pagine.

Se il buon giornalismo ancora esiste – e si spera continuerà ad esistere nei decenni a venire – il mondo dei giornali di carta “prìncipi dell’informazione” è definitivamente tramontato, e un film in costume come questo lo dichiara senza mezzi termini. È per questo che anche se il film si conclude con un lieto fine piuttosto convenzionale – è pur sempre di un lavoro di Spielberg che stiamo parlando – mentre sfilano i titoli di coda si resta un po’ immalinconiti ripensando ai tempi in cui informarsi era un atto fisico, che sporcava d’inchiostro i polpastrelli e dava l’idea di avere in mano, e non solo in testa, i fatti del giorno.

di Alfonso Francia

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