Rinaldi Vs contatore Ibl: “Perchè è Inaccettabile la morale sul debito pubblico”

Economia

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E’ polemica per il contatore del debito pubblico affisso dall’Istituto Bruno Leoni nelle principali stazioni di Roma e Milano. L’economista Antonio Rinaldi, animatore del sito web Scenari Economici, intervistato da Lo Speciale è fra i più critici verso l’iniziativa che considera “offensiva” nei confronti degli italiani. L’Istituto Bruno Leoni sul proprio profilo twitter scrive: “Oltre 2mila miliardi che pagherai anche tu. Da oggi fino al giorno delle elezioni, #4Marzo, il Contatore del debito pubblico è nelle stazioni di #Roma Termini, #Roma Tiburtina, #Milano Centrale. Ricorda: #ognipromessaèdebito. Ogni promessa FA debito”. Ma non è così per l’economista no euro.

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Rinaldi, perché è contro l’iniziativa della Fondazione Bruno Leoni? A sentire loro il contatore sarebbe un modo per mettere in guardia gli italiani sulle troppe promesse dei politici in campagna elettorale.

Lo sa da chi è presieduto l’Istituto Leoni?”

Da chi?

“Dal fratello dell’ingegner Carlo De Benedetti”

E quindi?

“Quindi rispondo che è inaccettabile la morale del debito pubblico cattivo che ci deve far sentire in colpa. Ecco, sarebbe interessante sapere quanto di quella cifra che indicano nel contatore potrebbe essere imputabile anche a certe operazioni di salvataggi bancari per esempio. Siccome hanno omesso di dirlo, sulla rete tanta gente dotata di cervello che fortunatamente sa ancora ragionare, lo sta evidenziando”. 

C’ è chi dice che quel contatore anziché essere messo nelle stazioni con l’obiettivo quasi di far sentire in colpa gli italiani, andrebbe messo davanti alle sedi degli enti pubblici e privati che a vario titolo hanno contribuito all’ammontare del debito pubblico favorendo sprechi, clientelismo e corruzione. E’ d’accordo?

“Certo che sono d’accordo. L’impostazione liberista a cui ci siamo inconsapevolmente votati aderendo all’unione monetaria prevede la demonizzazione del debito. E’ vero che l’Italia ha un debito alto ma è altrettanto vero che non può esistere uno stato sovrano senza debito. Se non avesse un debito starebbe a significare che quello stato ha sempre governato attraverso rigidi bilanci, e questo è in antitesi con la funzione stessa di uno stato che si definisce sovrano. Dal momento in cui siamo entrati a cambio fisso con l’euro l’entità del debito pubblico è raddoppiato. L’euro non ci ha messo al riparo da nulla, ci ha soltanto tolto l’arma a nostra disposizione con cui poter gestire il debito, per giunta convertito in valuta estera. In pratica stiamo facendo la fine dell’Argentina che ancorò la parità della propria moneta con il dollaro e tutti sappiamo come è andata a finire”. 

Quindi non condivide questa iniziativa dell’Istituto Leoni proprio sotto elezioni?

“Mi sembra evidente che l’obiettivo è quello di contrastare la propaganda di quelle forze politiche che stanno promettendo un’azione di contrasto ai vincoli europei che ci impongono di sottostare a principi di rigore e di austerità. Il messaggio agli italiani è chiaro e può essere così riassunto: attenti a quello che fate, perché se non voterete partiti europeisti la cifra del contatore andrà aumentando e ogni italiano che nascerà si ritroverà sulla propria testa già 38mila euro di debito, diversamente dalla Svezia dove invece ogni nuovo nato ha già un attivo sulla propria testa. Peccato che nessuno ricordi che la Svezia non fa parte né dell’Euro, né dell’Europa e non deve quindi sottostare a certi vincoli”.

Intanto in Germania viene riformato il mercato del lavoro con orari più bassi e salari più alti. Da noi sarebbe possibile proprio in virtù dei vincoli europei?

“In Italia facciamo anche peggio, consentendo agli istituti di statistica di includere fra gli occupati anche chi lavora un’ora a settimana. In Germania stanno facendo questa politica perché in questo momento conviene alle industrie. Da noi i problemi sono altri. La domanda di base è: se non ripartono i consumi come possiamo far ripartire il lavoro? Se non invertiremo la tendenza seguendo le politiche di Trump opposte a quelle di Bruxelles,  favorendo con adeguati incentivi il ritorno delle imprese che hanno delocalizzato la produzione all’estero e ricreando così le condizioni per un incremento dell’occupazione, sarà del tutto inutile parlare di riduzione dell’orario di lavoro e di aumenti salariali”

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