Rispetto per Alessandra, mamma di Pamela. Io l’ho conosciuta

Politica

Io sto con Alessandra Verni, agli haters dico: è una mamma nel dolore, abbiate rispetto. Una mamma uccisa insieme a sua figlia perché quando accadono violenze, in questo caso anche atroci, non c’è futuro. C’è solo oggi, e domani è un altro giorno a cui non pensi.

Alessandra la conosco, ho avuto modo di avere a che fare con la sua professionalità, trucca benissimo e ha un’attenzione e una cura uniche dietro a quella finta distanza che mette tra il mondo e lei. Si chiama sensibilità. L’ho capito subito, soprattutto quando le chiedevo “come stai”. “Bene dai” era la risposta. Ma dietro a quella frase c’era un mondo che ben era espresso dagli occhi, sempre malinconici e preoccupati, l’ultima volta ho avvertito anche un leggero magone. Non sapevo cosa la turbasse, ora lo so.

Dietro quella mitezza c’era un fuoco che bruciava i suoi pensieri, avere una figlia fragile è una preoccupazione continua, non esiste distacco, casomai usi la freddezza come riparo da ciò che ti sta consumando. Non ci sono soluzioni, solo tentativi. Ci sono eccome sensi di colpa, arrovellamenti psicologi e tanti dubbi. Sicuramente si compie anche qualche mossa sbagliata, come succede a tutti nella vita, non esistono le istruzioni per l’uso, esiste solo la continua ricerca di pace.

Di Alessandra mi ha sempre colpito infatti la docilità. Anche quando presa dalla frenesia del lavoro, dai ritmi stancanti di un salone di successo, dalle necessità dei locali presso i quali lavorava (e tornerà a lavorare), non ha mai dimenticato di fare un sorriso attraverso lo specchio, a volte sì era lontana. Ascoltava tutti lei, ma i suoi silenzi parlavano più degli altri.

Era chiusa a doppia mandata, forse anche il suo profondo era ormai meccanicamente messo da parte per affrontare la routine. Come avrebbe fatto d’altronde a continuare a vivere e lavorare se non avesse piano piano imparato a mettere un muro tra lei e i suoi problemi? Quello è un esercizio che una volta imparato ti rende forte, ma che nasconde una sensibilità affogata e nient’affatto una freddezza. Lo si impara e diventa una parte di se stessi.

Alle haters dico solo: pietà. Pietà per una donna distrutta, che affronta a modo suo – come ha sempre fatto – una vita fatta di difficoltà su difficoltà fino alla tragedia. “Una mamma sa fare tutto”, anche resistere alle sue emozioni per lasciare spazio alla richiesta di giustizia, che è una battaglia. L’unica cosa che si può fare vedendo una disperazione camuffata da forza, è una: prepararla al crollo, perché anche il tubo di ferro più resistente sotto scroscianti piogge arriva a piegarsi e spaccarsi. Dovreste concentrarvi sul fatto che il suo acciaio è debole e pieno di parti arrugginite.

Alessandra ora deve ritrovare se stessa in questa storia, inizia il suo cammino personale ancora una volta in salita ma sicuramente arriverà alla vetta finalmente. Se un messaggio deve mandare allo Stato è quello che la smetta col buonismo, di guardare ai problemi che affliggono le famiglie come uno spettatore il più delle volte assente, con una superficialità che racconta di una noncuranza. Lo Stato scenda in campo e si sporchi le mani coi deboli come una volta, torni alla sua vocazione originaria che è quella di assistenza e di tutela di TUTTI i cittadini.

Quando una mamma delega a realtà professionali il proprio dramma familiare merita che questo sia trattato per quello che è. I ragazzi spesso momentaneamente non capaci di intendere e di volere non devono poter uscire dalla struttura (maggiorenni o no si deve essere responsabili di quella vita umana), non è questione di cattiveria ma di sana gestione del problema droga, da Muccioli ai tempi affrontato con forza (gli valse polemiche e processi), ma chiaramente non affrontabile con un approccio insicuro e libertario. Si torni ai vecchi metodi e si faccia parlare però le famiglie con i propri cari, non si interrompa il dialogo di amore.

Spero Alessandra ora riesca a non farsi fagocitare dal tranello dei media, che mentre da una parte ti tendono la mano dall’altra ti risucchiano alle proprie logiche, e tu puoi dire e non dire, vorresti essere te stesso ma non puoi, perché la comunicazione pubblica non è quella a tu per tu e ti trovi a diventare un personaggio pure quando non vuoi. All’inizio affascina ma poi è un sistema che ti vampirizza, ci guadagnano solo loro e bisogna saper dire basta distaccandosi da chi deve comunque far spettacolo, anche quando è macabro.

Via dalla tv, mi sento di suggerirti. La vita funziona quando si obbedisce alle sue regole e purtroppo il dolore non si può esorcizzare al di fuori di noi. Il dolore va affrontato dentro e ci sono gli avvocati (meglio se fratelli) a difenderci nelle sedi opportune.

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