Documento choc: FB può uccidere, è il costo di crescere. Impresa e regole

Politica

Facebook può uccidere ma sono i costi della crescita. E’ racchiuso tutto in questa frase il senso di un presunto documento interno di Facebook scritto nel 2016 dal vice presidente Andrew Bosworth e pubblicato dal sito Buzzfeed. Bosworth era responsabile della strategia pubblicitaria di Facebook quando ha scritto il promemoria due anni fa, ma dalla fine del 2017 ha lasciato il suo ruolo per ricoprire quello di capo della divisione hardware di Manlo Park.

A questo punto il caso di Cambridge Analytica non fa che essere la gocciolina nell’oceano di un business enorme e in qualche modo immorale?

Troppo presto per condannare, ma sarebbe anche troppo presto assolvere. Lo sappiamo, più di qualcuno ha già vissuto sulla pelle la dura legge dell’audience, delle vendite, delle tirature, del successo. L’assenza di limiti e di diritti. Dietro una parvenza di etica del lavoro, spesso nelle imprese si può nascondere quel principio che stride con la dignità della persona: “A tutti i costi” cosa significa, anche umani?

Che ci vogliano norme che agevolino l’impresa perché questa possa favorire gli altri, in un circuito virtuoso che sappia fondere profitto e dignità, è fuor di dubbio. Fare soldi è la vocazione dell’imprenditore, non certo fare la carità. Ma anche il lavoro d’impresa richiede un giusto equilibrio tra produzione e sostenibilità, una giusta distanza e differenza tra produttori e prodotti, e quando salta questo salta l’umanità. Infatti quando non ci sono più regole, quando alla fame di ricchezza a tutto campo non si pone il freno di ciò che è giusto oltre che desiderabile, dei diritti anche degli altri, si entra in un campo minato, dove il primo che passa sarà una vittima.

Sono passati anni in cui tutto questo è stato dato per scontato, ma ora l’etica è in crisi, ieri no: che dietro all’imprenditore si nasconda ormai troppo spesso un lupo famelico invece che un uomo, lo si può immaginare a certi livelli. D’altronde in un mondo senza più rotta, una strada vale l’altra.

E invece no, non è così.

“Forse a qualcuno costa la vita perché si espone ai bulli, forse qualcuno muore in un attacco terroristico coordinato sulla nostra piattaforma. Ma connettere le persone è il nostro imperativo” scrive l’Ansa riportando quello che potrebbe essere il contenuto del documento di Facebook e che fa rabbrividire. Tutte le pratiche discutibili per importare i contatti, tutto quel linguaggio sottile che aiuta gli utenti a essere cercati dagli amici, tutte le sottovalutazioni, sono legittime?

E soprattutto: la crescita è un valore? O i valori sono altri e la crescita è uno strumento? Forse a qualcuno costerà la vita continuare a non rispondere a questa domanda.

Intanto c’è già chi si pente. Su Twitter il manager Bosworth ha risposto all’articolo confermandone da un lato l’autenticità, ma precisando di “non essere d’accordo con quello che scrisse nella nota oggi, come non lo era nemmeno allora. L’obiettivo di quella nota, come molte altre che ho scritto internamente, era di far emergere questioni che a mio avviso meritavano una maggiore discussione interna”.

Un esempio pratico di come la luce (la verità) splenda nelle tenebre (i comportamenti ingiusti). Per questo un dibattito sull’etica e l’impresa, che essa sia social o no, va fatto. Bisogna parlare delle responsabilità etico-sociali dei soggetti che vogliono conseguire profitti e bisogna anche intervenire, favorendo l’impresa con sgravi e più possibilità di movimento ma anche sistemandone i paletti.

Un imprenditore non può essere abbandonato a se stesso. Per questo esiste lo Stato e ci sono delle regole, regole che necessariamente devono basarsi sui diritti fondamentali.

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