S-Forza Italia. A Milano in campo i ribelli: chi sono e chi li guida

Politica

Cos’hanno in comune i forzisti Elena Donazzan, assessore all’Istruzione della Regione Veneto, Adriano Palozzi, consigliere regionale del Lazio e da poco anche vice presidente del Consiglio regionale, Silvia Sardone, consigliera regionale della Lombardia e l’ex consigliere lombardo Vittorio Pesato?

A detta loro, la rabbia e la speranza, in questa fase delicata per gli azzurri, oscillanti (specialmente i quadri centro-meridionali) tra la voglia di transumanza verso la Lega che, dopo il voto del 4 marzo, sta cannibalizzando tutto il centro-destra, e la crescente insofferenza verso il nuovo cerchio magico di Arcore; fase che rischia di trasformarsi in uno psico-dramma collettivo dagli effetti più disparati.

Oggetto della discordia (per il cerchio magico), il loro prossimo incontro milanese, organizzato per parlare, confrontarsi, avviare un dibattito con la base sull’identità e il futuro. Per evitare che Forza Italia diventi “Sforza Italia”. Un partito sul viale del tramonto, come il suo capo storico.
Ma quando si discute per ripartire, l’obiettivo è sempre lo stesso: cambiare la leadership. Obiettivo degli strali del “gruppo di Milano”, come detto, una gestione da loro ritenuta fallimentare, piena zeppa di errori, dalla scelta dei candidati fedeli, “catapultati dall’alto solo per sottoscrivere l’inciucio previsto con Renzi”, alla conduzione della campagna elettorale, fino alla “scelta dei presidenti di Camera e Senato”, eccessivamente figlia di una sensazione: che ormai a dettare le carte è Salvini, il leader che ha preso più voti, e che Fi conti sempre meno, costretta come sarà, d’ora in poi, a subire il dialogo esclusivo tra Lega e 5Stelle. Un gioco di rimessa, col timore di sparire alle prossime elezioni.
Urge una domanda: cos’è oggi Forza Italia? Ancora e sempre un partito padronale, condannato a reiterare sine die il modello del 1994 (un centro moderato, una lega localista, e una destra da addomesticare), la coalizione Brancaleone, con dentro tutto e il contrario di tutto (nazionalisti, europeisti, socialisti, liberali, laici, cattolici), federato da Berlusconi, tappo e viatico dello schieramento? Oppure, di nuovo, come vorrebbe Giovanni Toti, governatore della Liguria, un nuovo partitone unico del centro-destra per acchiappare Salvini e accettando la trazione lepenista?
L’idea di Toti è l’ultima spiaggia prima dello sbarco di gruppo sul Carroccio o una furbata per salvare capri e cavoli?
Un’altra cosa che i “milanesi” hanno in comune: la chiara sensibilità di destra (soprattutto sui temi riguardanti l’immigrazione, la sicurezza, l’economia, l’euroscetticismo etc), e nel caso di Palozzi e della Donazzan, la provenienza destrista doc. Erano dirigenti di Alleanza nazionale. Dirigenti che fanno il paio con i tanti ex di An azzurri, non candidati il 4 marzo: da Francesco Aracri, ad Andrea Augello, fino a Fabrizio Di Stefano. Politici di razza con la forza dei numeri.

Naturalmente i promotori dell’incontro di Milano fanno i pompieri, anche se tra le righe il messaggio arriva comunque a bersaglio. La Sardone spiega che “sarà un incontro tra persone che lavorano sul territorio e che fanno fatica a riconoscersi nel partito in cui hanno sempre militato”. Palozzi aggiunge serafico: “Perché ci si meraviglia che dentro un partito si parli? Il nostro apporto è un valore aggiunto per Fi, visto che siamo quelli che in Veneto, Lombardia e Lazio hanno preso più voti”.

Le loro parole d’ordine: primarie e congresso. Una storia che si ripete da tempo specularmente anche in casa Pd.
E il “regista percepito” del gruppo (Toti)? Non parteciperà all’incontro, ma li benedice: “Da noi c’è poco spazio per il dibattito. Occorre riflettere. Prima di arrivare alla fase del grande partito unico, serve una ristrutturazione profonda”.

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