Salvini-Di Maio e la maledizione di Palazzo Chigi: il piano di Silvio-Casellati

Politica

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Salvini-Di Maio e la maledizione di Palazzo Chigi: si chiama Berlusconi e fa rima con Casellati.

Il siparietto di Silvio Berlusconi, dopo l’incontro col capo dello Stato Sergio Mattarella, “guidando” fisicamente il duo Salvini-Meloni verso i microfoni, contando con le dita della mano i punti letti dal leader della Lega (volendo dimostrare che il discorso ai giornalisti e al popolo italiano, l’aveva scritto lui), e la parola finale davanti ai giornalisti che di fatto ha vanificato la strategia di Salvini (il tentativo di fare il governo con Di Maio), non era la patetica sceneggiata di un elefante ossessionato dall’ego, incapace di accettare il suo tramonto e con lui, il tramonto del suo centro-destra (visto il primato della Lega su una Forza Italia allo sfascio). Non era una patetica sceneggiata, ma una strategia ben precisa.

E i fatti lo dimostrano. Facciamo un po’ di storia. Durante la campagna elettorale, Silvio ha cercato di contenere l’abisso programmatico tra lui e Salvini, candidandosi a fargli da badante, da garante presso Bruxelles. E’ noto, infatti, che la pensano uguale solo sulla flat tax, e sono molto distanti su immigrazione, sicurezza ed economia, euro e Ue. L’intento di Arcore era prendere più voti possibili, fingere compattezza e unità della coalizione di centro-destra e poi “essere costretto” (per mancanza di numeri) a varare il “Nazareno3.0” con Renzi. Come sappiamo, le cose non sono andate così. Il voto del 4 marzo ha cambiato schemi e schema.
Ma il Cavaliere ha tenuto duro. Ha ingoiato l’affronto della Bernini, salvando capra e cavoli con la Casellati e accettando Fico alla presidenza della Camera. E ha avvertito più volte Salvini di non tentare il governo populista con i grillini, ricorrendo pure ad avvertimenti mafiosi: mai con i populisti, mai con chi non conosce l’abc della democrazia, mai con i pauperisti.
Ora, alla luce dell’impasse tra Di Maio e Salvini, il Caimano è tornato in gioco. Sta ricominciando a dare le carte. Eccole:
1) Tutta la sua strategia è puntata sull’incarico “esplorativo” che, non essendo un “pre-incarico”, consente alle forze politiche di mediare maggiormente. Al punto che i perdenti del 4 marzo potrebbero tornare vincenti. Un mandato esplorativo già assicurato, quindi, alla Casellati. Il presidente del Senato, sua fedelissima, potrebbe applicare alla lettera i suoi piani. Pare che nelle stanze del Quirinale già circoli una lista di ministri papabili: un governo con dentro il centro destra (Lega, Fi, Fdi), aperto ad una parte del Pd (de-renzizzato), e a quei grillini ribelli, che pur eletti (la storia dei mancati rimborsi, dei falsi bonifici) nelle liste dei 5Stelle, sono stati sfiduciati da Di Maio e soci;
2) Per l’esito positivo dell’operazione gattopardesca, inoltre, è solo questione di tempo: beneficiare della progressiva erosione dei rapporti tra Di Maio e Salvini (nemmeno il patto dell’Amarone a Vinitaly è riuscito a riavvicinarli), e la prossima direzione del Pd, dove sicuramente si consumerà lo scontro definitivo tra renziani e “collisti” (uomini del Colle), da Orlando a Emiliano, a Franceschini.

Comunque vada sarà un insuccesso: se il voto del 4 marzo sarà smentito così pesantemente, gli italiani che faranno? Certamente, Lega e 5Stelle saranno bastonati. Peserà su di loro la “maledizione di Palazzo Chigi”: se non fanno il governo saranno puniti; se lo faranno saranno ugualmente puniti (perché inevitabilmente annacqueranno i loro programmi, annullando le ragioni per cui sono stati scelti dai cittadini). Ma sarà un insuccesso anche per Berlusconi e il Pd: sono stati puniti alle urne per rivederli insieme appassionatamente al governo?
Ecco perché, al voto non ci si andrà.

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