Alfie Evans, Adinolfi: “Il mondo occidentale è sovrastato da cappa di morte”

Interviste

Alfie Evans, bocciata richiesta dei genitori di portarlo al Bambino Gesù di Roma. Parla a Lo Speciale il leader del Popolo della Famiglia Mario Adinolfi direttore del quotidiano La Croce. Il tribunale d’appello londinese ha respinto la richiesta dei genitori del bimbo di 23 mesi in cura a Liverpool per una gravissima patologia cerebrale. L’Alta corte di Londra aveva dato ragione ai medici dell’Alder Hey Children’s Hospital di Liverpool, approvando la richiesta di staccare la spina ai macchinari che lo tengono in vita. I genitori avevano presentato ricorso, chiedendo che il piccolo fosse trasferito all’ospedale Bambino Gesù di Roma, disposto a farsene carico. Ma i giudici ancora una volta hanno detto no.

SU LO SPECIALE LA BATTAGLIA PER ALFIE

Adinolfi, che giustizia è questa?

“Siamo in presenza di una sentenza a dir poco surreale. La motivazione che ha portato al rigetto del ricorso dei genitori contro la decisione dei medici di staccare il respiratore, sta nel fatto che Alfie non può essere fatto partire per l’Italia perché sarebbe per lui un rischio eccessivo. Per questo preferiscono staccargli la spina e soffocarlo nell’ospedale di Liverpool. Se non ci trovassimo di fronte ad una tragedia ci sarebbe da ridere. Ciò che mi spaventa è la dimensione irrazionale di questa sentenza che non può non essere ingiusta. Se i giudici dicessero la verità dovrebbero ammettere che Alfie, come Charlie Gard e come Isaia, deve morire per una ragione di controllo dei costi perché la sanità britannica ha deciso di limitare le spese di assistenza ai soggetti più deboli”.

Dj Fabo è potuto uscire dall’Italia e andare in Svizzera accompagnato da Marco Cappato per chiedere e ottenere la morte. I genitori di Alfie non possono uscire dall’Inghilterra per tentare di curare il figlio. Il mondo è alla rovescia? 

“Esiste una verità nelle cosiddette battaglie per l’autodeterminazione che è incontrovertibile, e la verità è che queste battaglie sono figlie di una cultura di morte. L’autodeterminazione vale solo se sopprime i soggetti o abortisce i bambini. Se l’autodeterminazione invece consiste nell’esporre cartelli per dire che i bambini non devono essere abortiti, allora non vale e viene cancellata con forza dalle giunte grilline. Se questa autodeterminazione è rivolta a far morire le persone in sfregio al codice penale, il pm che dovrebbe sostenere l’accusa, è il primo a fare l’arringa difensiva, se invece vuoi difendere il diritto alla vita di tuo figlio questo diritto non ti è concesso. Ecco perché parlo di un mondo che cammina a rovescio. Autodeterminazione dovrebbe significare istinto alla sopravvivenza e dunque alla vita, invece lo abbiamo trasformato nell’istinto opposto, ossia nell’eliminazione della vita. Il mondo occidentale è sovrastato da una cappa di morte”.

Una cultura che ha infettato soprattutto l’Europa però?

“Infatti, ed è per questo che dobbiamo far fronte a questa deriva nord europea con una chiara e convinta difesa  dell’ordinamento italiano e della cultura cristiana. Alfie è la vittima eccellente di quella mentalità individualista tipicamente inglese che trae origine da Enrico VIII che volendo divorziare a tutti i costi per sposare Anna Bolena, arrivò a provocare uno scisma della Chiesa. Dobbiamo contrastare tutto questo come fece Tommaso Moro all’epoca, finendo ucciso sulla base di sentenze irrazionali come quella che ha portato a vietare il trasferimento del piccolo a Roma nell’ospedale del Papa. Dobbiamo in pratica tornare ad affermare con coraggio e senza paura la nostra fedeltà alla società del diritto, alla tradizione cattolica e al Papa, facendo trionfare la nostra cultura giuridica sull’ordinamento inglese e nord europeo, perché la nostra è forse l’unica cultura giuridica che ha mantenuto radici religiose e cristiane profonde”.

Ma il Papa può fare ancora qualcosa per Alfie?

“Molto di quello che andava fatto è stato fatto nel più assoluto silenzio, senza eccessiva enfasi, perché in questi casi ciò che conta è l’operatività, non la propaganda”. 

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