EDITORIALE – Dietro i no di Di Battista, i nuovi 5Stelle post-Di Maio

Politica

I 5 Stelle dopo Luigi I… Anche se Di Maio smorza i toni, frena, la botta mediatica e politica di Alessandro Di Battista è stata forte. Ha fatto male. Ed è stata subito approvata dalla rete (i suoi fan sono tanti).

Nel momento più delicato dei rapporti tra il candidato-premier dei 5Stelle e Matteo Salvini, per verificare le residue possibilità di varare un esecutivo che li veda protagonisti, Dibba, come noto, ha tuonato in modo netto, spegnendo ogni ardore populista2.0 e ogni convergenza trasversale. Ha sparato contro Berlusconi (il male assoluto) e contro il capo della Lega (è come Dudù, il cagnolino di Silvio).

Se a ciò, aggiungiamo la strategia dei “due forni” di Di Maio, che non vuole sfilare i partiti dai loro schieramenti, ma vuole ottenere dei sì convinti, che non ci sono (e se il centro-destra non aderisce al contratto alla tedesca, c’è sempre il Pd); il dato è tratto.

Ormai a Di Maio non resta che percorrere due strade: o il governo col Pd, rimangiandosi tutte le invettive e le incompatibilità evidenziate in anni di storia grillina anti-Renzi; o rispondere alla chiamata istituzionale di Sergio Mattarella che quasi preferisce il governo dei responsabili, con tutti dentro.

Tra le righe delle due comunicazioni, quella di Di Maio e di Di Battista, c’è infatti, il bivio e il futuro dei 5Stelle, divisi geneticamente e strutturalmente tra “5Stelle di lotta” e “di governo”, tra l’ala movimentista (Di Battista) e l’ala legalitaria (Di Maio), a cui bisogna aggiungere l’ala istituzionale (Fico), uomo di sinistra che, secondo molti osservatori, trasformerà la presidenza della Camera in una campagna elettorale permanente, anche a discapito di un eventuale governo grillino.

“Alessandro – ha sorriso qualche giorno fa Di Maio – ha iniziato un altro percorso, le sue frasi sono le sue e basta. Conosciamo le sue battute”. Stima a parte, c’è indubbiamente, e ben al di là della banalizzazione, la presa d’atto di due strategie opposte (o un abile gioco delle parti?). Di Maio, per ora ha relegato il suo fratellone al rango di un semplice cittadino, ma sa perfettamente che se la sua partita per Palazzo Chigi viene meno, salta, è bruciato. E rischia di affossare pure una parte del movimento. Di Battista, in un secondo tempo, potrebbe ripresentarsi, raccogliere le ceneri del movimento e rilanciarlo in un’ottica barricadera e rivoluzionaria, tornando quindi alle origini.
Così nessuno perderà pur perdendo.

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