Alfie Evans, Meluzzi: “Non nutrirlo? E’ continuare a tagliare teste”

Interviste

Alfie Evans respira autonomamente da dieci ore, da quando cioè gli è stato staccato il ventilatore che lo tiene in vita artificialmente, al punto che i medici avrebbero anche ripreso ad idratarlo per impedire che muoia di fama e di sete. Interviene sulla vicenda il medico e psichiatra Alessandro Meluzzi intervistato da Lo Speciale. Una vicenda che ha dell’incredibile, il bimbo sembra lottare per restare a tutti i costi attaccato alla vita. Ma il punto cruciale sta proprio sul diritto all’idratazione che sembra riconfermare il principio secondo cui un essere umano non può essere fatto morire di fama e di sete. E la decisione dei sanitari inglesi di tornare ad alimentare Alfie appare come la smentita più clamorosa verso quanti, anche in Italia, continuano a considerare l’idratazione una forma di accanimento terapeutico.

SU LO SPECIALE LE ULTIME ORE DI ALFIE EVANS

Professore, Alfie ancora in vita dopo dieci ore dall’interruzione della respirazione artificiale. Il padre ha riferito che i medici lo stanno idratando per impedire che muoia di fame e di sete. E’ la prova che non siamo nel campo dell’accanimento terapeutico?

“E’ chiaro che non siamo più nel contesto dell’accanimento terapeutico. Lasciare che la natura faccia il suo corso non può in nessun caso giustificare il rifiuto dell’idratazione. Lo Stato non può permettersi di praticargli un’eutanasia attiva, sarebbe come tagliargli la testa. Questo sta a significare che a volte la vita e la natura sono più forti dei nostri ragionamenti”. 

Quando in Italia si è dibattutto del biotestamento il punto di maggior contrasto è stato proprio sulla pretesa di equiparare l’idratazione ad una forma di accanimento terapeutico. Non è invece la prova che si tratta di eutanasia nel momento in cui si priva l’individuo delle funzioni vitali?

“Non c’è dubbio, assicurare cibo ed acqua non è una forma di accanimento terapeutico. Purtroppo oggi c’è una linea che si sta affermando sempre di più in Europa e che volge chiaramente alla soppressione delle persone deboli, costose a fine vita, nel quadro di una visione cinica, spietata, del funzionamento della vita nel mondo. Questi segni, come appunto quello di Alfie, vorrei avessero anche il valore della profezia utile a riconfermare il principio della sacralità della vita. Se viene meno questo principio viene meno anche quel presidio che fino ad oggi ha limitato, o quantomeno arginato, l’imbarbarimento del mondo. Se cade questo confine rischieremo lentamente di considerare lecita la soppressione dei malati di autismo, delle persone affette dal morbo di Alzheimer, di tutti coloro che sono portatori di una cronicità che il gran giurì infernale e luciferino considera incompatibile con i criteri di qualità di una vita che merita di essere vissuta. Quando si arriva a ciò, inevitabilmente si sancisce la condanna a morte delle persone fragili”. 

L’istinto umano è per la vita. Chi sta per affogare grida aiuto e tenta di salvarsi. Il fatto che lo Stato tenti di imporre invece la cultura della morte, non è un’altra dimostrazione di come le leggi dell’uomo rischino di stravolgere l’ordinamento naturale e contraddire questo stesso istinto?

“C’ è un principio universale che è la salvaguardia della vita umana. Questo principio gradualmente è stato fatto cadere per una serie di ragioni, partendo dall’aborto e finendo con l’eutanasia del malato terminale. Di fronte a ciò inevitabilmente si aprono una serie di orizzonti di cui tutti noi possiamo vedere l’inizio ma non la fine. Chi stabilirà se una vita è meritevole di essere vissuta e se un soggetto deve essere alimentato ed idratato fino alla fine? Un giudice? Un medico? Qui si tratta di trovare chi si sostituisce a quel Dio che abbiamo voluto togliere di mezzo”. 

L’Italia ha concesso la cittadinanza al piccolo Alfie nel tentativo di favorire il suo trasferimento al Bambino Gesù. Soddisfatto di questa decisione?

“Mi sembra un segno di civiltà. Avrei preferito lo avesse fatto lo Stato Vaticano visto che  l’ospedale dove trasferire il piccolo, seppur convenzionato con l’Italia, si trova nel suo territorio “.

Pensa che il Papa non abbia fatto abbastanza?

“Non so se abbia fatto abbastanza o se avesse potuto fare di più. Dico che l’Italia in questo caso ha agito bene e quindi bisogna avere la capacità di riconoscere i giusti meriti”.

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