Col governo 5Stelle-Pd, quanti Alfie Evans ci saranno?

Politica

Era già tutto previsto? Forse sì, forse no, ma una cosa è certa: la comunicazione non è un’opinione. Roberto Fico, neo-presidente grillino della Camera e neo-esploratore, ha cambiato il luogo degli incontri riservati alle delegazioni dei partiti direttamente interessati: non più la sala del Cavaliere (di questi tempi porta male), ma lo studio (più confidenziale) confinante con la sala della Lupa.
Segno che sancisce la definitiva chiusura a Silvio Berlusconi, al governo con la Lega, e l’inizio di un’altra avventura.

Sicuramente il “lupo” della storia non è Fico, ma Sergio Mattarella. Il capo dello Stato, lui sì, che aveva immaginato tutto, percorso e obiettivi. Ed essendo esperto di politica e di procedure parlamentari, è riuscito a tenere il boccino in mano, dando le carte, bruciando di fatto i protagonisti, da destra a sinistra.
La strategia del Colle è cominciata con il “perimetro” assegnato alla presidente del Senato Casellati: obbligo di sperimentare, verificare le possibilità a tempo determinato, di un’intesa programmatica tra centro-destra e 5Stelle, ben sapendo che difficilmente Salvini, Berlusconi e Di Maio avrebbero trovato la quadra. Di solito l’esplorazione non ha un perimetro obbligato, un terreno definito, ma deve sondare tutte le possibilità. Stesso discorso ora per il presidente della Camera: ha un recinto obbligato (5Stelle-Pd), e un tempo stretto: entro giovedì la risposta, la soluzione.

E mentre il centro-destra tuona e Salvini si sente preso in giro, minacciando “passeggiate per Roma” (è la nuova declinazione della marcia su Roma, fatta da Mussolini e ripetuta mediaticamente da Grillo?), il Pd sembra diviso, tra aventiniani irriducibili (i renziani Marcucci, Anzaldi, Parrini, Morani, Malpezzi), i collaborazionisti “collisti” (gli amici del Colle: Gentiloni, Franceschini, Orlando, Zingaretti, Emiliano) e i mediatori (Martina, Rosato, Lotti, Orfini). La condizione per il fidanzamento, punto di sintesi tra le tre anime dem, la rottura immediata dei rapporti col centro-destra, la fine di ogni diplomazia parallela (la strategia dei due forni adottata da Di Maio).

Mattarella, fin dall’inizio, per visione, storia personale e dna culturale, sembra preferire il governo Pd-5Stelle: più rassicurante sui temi economici, l’Europa etc. Un esecutivo Lega-5Stelle, altrimenti detto governo populista2.0, avrebbe rappresentato (e rappresenta) un pericolo sia per Roma, sia per Bruxelles.
E’ ovvio che se il governo “giallorosso” non dovesse decollare, sarebbe pronto il suo piano-b: governissimo con tutti o quasi tutti, dentro.
Ma il tema che ci riguarda è un altro. Al netto del programma di compromesso politico tra Pd e 5Stelle, i cui punti sono già stati snocciolati ovunque (lavoro, crisi economica, famiglie), è l’impianto ideologico che preoccupa e che merita una riflessione.

Il Pd, oltre alle riforme avviate, annunciate e abortite, è stato in realtà la bandiera del laicismo: si è sempre vantato di aver modernizzato la società con le sue unioni civili, il biotestamento e il divorzio breve. I 5Stelle, dal canto loro, sul piano etico sono avaloriali, se non proprio nichilisti. La pensano esattamente allo stesso modo su utero in affitto, gender, matrimoni egualitari, adozioni gay, eutanasia, liberalizzazione delle droghe. Pd e 5Stelle sono la versione liberal e giacobina dello stesso partito radicale di massa. Che definiscono progresso alla nord-europea.

Un esempio? Il governo Renzi si è ascritto con enfasi le succitate leggi laiciste. E i grillini, dove hanno governato, non sono stati da meno. Hanno bypassato dal basso leggi di segno opposto.
A Roma, oltre all’incapacità di risolvere il dramma dei trasporti, l’inquinamento, le buche, le strade, l’immondizia, la sindaca Raggi ha brillato (per mano di un suo assessore) per censura politica, facendo rimuovere un manifesto dell’associazione Pro-Vita contro l’aborto, per garantire il diritto primario delle donne, anteponendolo al diritto del bambino a nascere. Una scelta chiara di campo. Per non parlare del registro delle unioni civili. Nessuna obiezione, ma solo condivisione e feste con tanto di tv e giornali.
E l’Appendino? Dalle (5)Stelle alle Stalle. La sua giunta ha approvato l’asilo gender per figli dei dipendenti universitari, e ha avviato una procedura a rischio-illegalità: la registrazione dei figli delle coppie gay, ottenuti grazie alla fecondazione eterologa. Anche qui una scelta di campo inequivocabile.

Un governo “giallorosso” non si sarebbe nemmeno posto il problema di salvare la vita né a Charlie Gard, né a Alfie Evans. Considererebbe normale accompagnare alla morte in Svizzera, o la decisione di medici, giudici e dello Stato di togliere i sondini “nell’interesse del bambino” (interesse a morire); riterrebbe follia il diritto dei genitori a combattere per la vita di un figlio disabile o ad assistere un malato magari “inguaribile”, ma non “incurabile”.
Lo scontro antropologico è appena iniziato: le nuove categorie della politica sono e saranno sempre più, alto-basso (popoli contro caste) e valori antropologici (vita contro morte, bene contro male, falso contro vero).

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