Alfie Evans, per Zecchi: “La vita piegata ad ottusa cultura economica”

Interviste

Alfie Evans non sarà trasferito in Italia, e resta nell’Alder Hey Hospital di Liverpool, dove da piu di un giorno respira senza l’aiuto della ventilazione. Lo Speciale ne ha parlato con il professor Stefano Zecchi, docente universitario, scrittore , giornalista ed opinionista televisivo.  Ieri sera i giudici inglesi hanno respinto il ricorso dei genitori di Alfie, Tom Evans e Kate James, con annessa nuova richiesta del trasferimento del bimbo di 23 mesi, affetto da una malattia neuro degenerativa presso l’ospedale Bambin Gesù di Roma dopo che il Governo italiano gli ha concesso la cittadinanza.

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Professor Zecchi, c’è chi parla di accanimento ideologico nella vicenda del piccolo Alfie e nel non volerlo trasferire in Italia. E’ d’accordo?

“Non parlerei di accanimento ideologico, piuttosto di un fatto culturale che porta il bambino a diventare cosa pubblica e non più figlio dei propri genitori che avrebbero invece tutto il diritto di decidere sul suo destino, anche di farlo curare all’estero. Non ci vedo in tutto questo un accanimento ideologico, ma un’ottusità culturale”. 

Si parla tanto di difesa dei più deboli, ma poi ci si accanisce su un bimbo malato. Non è un paradosso questo proprio quando la democrazia di un Paese sembra invece misurarsi anche sulla capacità di proteggere gli esseri più fragili?

Chi dovrebbe difendere il bambino? I suoi genitori, non lo Stato che dovrebbe invece fare un passo indietro. L’organizzazione sanitaria statale può decidere se curarlo o meno, ma non può sindacare la decisione del padre e della madre di trasferirlo altrove. La debolezza del soggetto dovrebbe essere surrogata proprio dal fatto di avere una famiglia che decide per lui”.

C’è chi vede un grosso pericolo, quello di far ritenere il soggetto “improduttivo” un peso ed un costo inutile per la collettività. Così non si rischia di generare un nuovo nazismo e giustificare un giorno l’eliminazione di quanti non sono in condizione di rispettare lo standard della produttività?

“Non amo ragionare su quello che potrebbe accadere un giorno. Di certo in questa vicenda c’è una sopraffazione di una realtà sull’altra, la realtà dello Stato che prevale sulla realtà familiare. Parlerei di arroganza da parte di un potere. Poi certo, il problema c’è. Anche oggi le malattie rare non vengono curate perché esiste una logica economica nella conduzione della sanità e persino nell’assistenza agli anziani. Non bisogna nascondere il fatto che spesso negli ospedali si fanno delle operazioni inutili per rientrare all’interno di un certo budget. Quindi il discorso dei costi alla fine prevale sempre”.

L’Europa e l’Occidente anche secondo lei si sono assuefatti alla cultura della morte? Il diritto a morire è oggi più importante del diritto di vivere? Per colpa di cosa? Del relativismo etico? Del nichilismo?

“Non è questione di rassegnarsi ad una cultura di morte, piuttosto ad una cultura economicista che fa i suoi interessi. In alcuni casi una scelta prevale sull’altra unicamente per ragioni economiche, non per altro. Non c’è una visione relativista in tutto questo, ma una visione pragmatica dell’economia che prevale anche sull’etica. Tutto diventa funzionale all’effettivo vantaggio economico di una scelta”.

Il fatto che l’Italia abbia concesso la cittadinanza ad Alfie quanto è stato importante sul piano etico?

“Tantissimo, perché ha dimostrato che da noi prevale ancora  un senso dell’umanità e della pietas rispetto ai principi scientifico-economici che annullano l’identità della persona. riportando la famiglia al centro della gestione di una situazione delicata come quella del piccolo Alfie”. 

La famiglia ha però una doppia faccia. Quella dei genitori di Alfie che lottano per salvarlo, e quella di altri genitori che giustificando sempre e comunque le azioni dei propri figli finiscono anche per favorirne la trasformazione in bulli. Gli episodi di questi giorni sono emblematici. Quanto la famiglia può essere negativa nella crescita di un soggetto?

“Esistono famiglie e famiglie, giovani e giovani. Vengo ora da una scuola dove ho incontrato studenti molto diversi fra loro, alcuni pieni di tanta voglia di conoscere e capire, altri carichi di emozioni, altri portatori di sane speranze e purtroppo altri ancora che non esito a definire autentici farabutti. Impossibile omologare famiglie e giovani ad un unico modello”.

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