Concertone, parla Meluzzi: “Il lavoro non c’è al Festival, i rutti sì”

Interviste

Concertone del primo maggio a suon di parolacce, vaffa, rutto e dito medio. Per Alessandro Meluzzi intervistato da Lo Speciale è la dimostrazione di come ormai questa festa abbia perso qualsiasi contatto con la cultura del lavoro che dovrebbe essere alla sua base. Sui social divampa la polemica nei confronti dello Stato Sociale, il gruppo che ha avuto grande successo nell’ultimo Festival di Sanremo ma che sul palco di Piazza San Giovanni è sembrato voler rompere tutte le regole, contro ogni censura spingendosi forse oltre il buon senso. Il concertone si è aperto proprio con l’esibizione di Lodo Guenzi conduttore della manifestazione con Ambra Angiolini e de Lo Stato Sociale con il brano “”mi sono rotto il c**zo” con attacchi alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, a Luca Cordero di Montezemolo e a Giacinto della Cananea. “Prima dei vitalizi sarebbe giusto tagliare i vostri cognomi”  come fosse una colpa avere doppi e tripli cognomi. Poi il concerto è proseguito con altre esibizioni definite trash con parolacce e diti medi.

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Meluzzi, sui social molte persone stanno attaccando il concertone del primo maggio targato Stato Sociale definendolo di basso livello. Condivide?

“Non ho mai seguito i concertoni, compreso quello di ieri, ma da quel che ho letto dai commenti giornalistici mi è sembrata un’apoteosi di vaffa, di rutti e manifestazioni di altra natura. Ancora una volta si ha la sensazione di un’involuzione e degenerazione della vecchia mitologia delle sinistre europee, marxiste, socialiste ed in ultimo progressiste. E’ come se per una strana eterogenesi dei fini quello che era il movimento dei lavoratori e dei produttori del secolo passato si sia trasformato in una specie di festival rap, all’interno del quale nessuna delle grandi questioni sociali, dall’affrancamento dalla schiavitù e dallo sfruttamento, alla costruzione della ricchezza per tutti, sembrano trovare più cittadinanza. Alla fine tutto questo lascia il campo all’apoteosi di un gergale e sgangherato indistinto favorito da una cultura dominante non più espressione delle classi lavoratrici, ma di un grande capitalismo internazionale globalizzante e mondialista”.

Parolacce, diti medi, insulti ai politici ridicolizzati per la lunghezza dei loro cognomi. Che c’entra tutto questo con il lavoro?

“Non c’entra nulla. Abbiamo assistito a sfilate di bandiere rosse portate da immigrati che non hanno forse neanche la consapevolezza di ciò che fanno e abbiamo visto giovani che non hanno mai lavorato in vita loro e forse non lavoreranno mai, ascoltare dal palco compiaciuti un linguaggio tipico della cultura dominante sul web: un linguaggio che non ha nulla da spartire con la vecchia cultura socialista e comunista. Parlerei di degenerazione antropologica. La vecchia cultura del lavoro aveva almeno il rispetto dell’avversario, oggi non c’è più nemmeno quello”.

Ma ha ancora un senso tutto questo nel momento in cui la disoccupazione giovanile è sempre più alta e l’unico lavoro possibile è quello precario e senza diritti?

“Fino a quando resteranno in piedi gli apparati dei sindacati confederali finanziati soprattutto con le tessere pagate dai pensionati, continueremo ad assistere a tutto ciò. Anche perché mi pare che nessuno dei ruttatori saliti ieri sul palco lo abbia fatto a titolo gratuito.  Quando queste strutture non ci saranno più o non avranno più la possibilità di sostenere economicamente queste esibizioni, allora forse saranno soltanto un ricordo”.

Non sarebbe invece molto più utile rilanciare il diritto al lavoro e il diritto di ogni cittadino ad avere un’occupazione stabile con nuovi strumenti che vadano oltre un concertone che sembra sempre più un rito vecchio e stanco capace di far notizia soltanto per il livello trash o per le polemiche?

“Per parlare un linguaggio nuovo ci vorrebbe una classe politica interessata a puntare sui diritti delle classi popolari, sul lavoro, sulla costruzione di una nuova produttività e competitività in campo economico; invece la sensazione che traspare è quella di un mondo ormai egemonizzato da una elite finanziara che intende il lavoro come distribuzione di  un salario di cittadinanza per delle plebi spopolate e alla cui decelebrazione contribuisce la cultura dell’indistinto”.

I sindacati confederati ieri hanno rivendicato il loro ruolo che però appare sempre più matginale. I lavoratori sembrano non fidarsi più di chi è chiamato a difendere i loro interessi spesso contestando gli accordi sottoscritti nei tavoli di concertazione. Come mai questa mancanza di fiducia?

“I sindacati oggi non svolgono più una funzione sociale di mediazione ma una retorica archeologica quasi simbolica. Quando vengono chiamati in causa nella chiusura delle aziende sembrano svolgere unicamente un ruolo di vasellina sociale. Ho la sensazione che i sindacati siano rimasti legati ad una funzione ottocentesca, non più in grado di rispondere ai nuovi bisogni del mercato del lavoro e ancora meno alla crisi del lavoro come crisi di  identità. Credo andranno all’ammasso come i vecchi partiti socialisti dell’ottocento”.

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