Comunicazione politica Pd: sempre gli stessi sbagli (poco dem)

Politica

Avevamo scritto su Lo Speciale che la nascita del governo populista a guida Conte, gestito dai due dioscuri Salvini e Di Maio, avrebbe dovuto e avrebbe potuto rappresentare per il Pd un utile, fecondo, momento di riposizionamento politico e culturale.

La strada che ora ha davanti è quella di rivedere, attualizzare e rilanciare un dna che lentamente ha perso. Domanda: è un partito che si colloca ancora nella tradizione socialista, laburista, o social-democratica occidentale? E’ un partito democratico all’americana, è un partito radicale di massa? Il “progetto Macron” che ha in mente Matteo Renzi, sembra al contrario, puntare su un altro versante, su un altro perimetro: quel blocco moderato, produttivo, liberale, che avvicina il Pd inesorabilmente a Forza Italia.

Senza contare poi, i problemi legati alla leadership: i dem sono ancora orfani del carisma federatore di Renzi? Dell’uomo solo al comando che ha di fatto scelto i parlamentari che oggi siedono alla Camera e al Senato? Oppure con Martina, stanno procedendo verso un cambio organizzativo serio? E le componenti le une contro le altre armate? Si è visto durante i conciliaboli che hanno preceduto la formazione del nuovo governo: una guerra tra collaborazionisti, amici del Quirinale e duri e puri (Orlando, Franceschini, Emiliano, Zingaretti contro il resto del mondo).

L’avvicinamento a Fi inoltre, è dettato dall’identità prospettica del governo gialloverde: un “polo sovranista, populista (Lega e 5Stelle)”, che obbligherà Pd e Fi ad incarnare oggettivamente un “polo liberal o radical” (all’insegna del più Europa, più garantismo, più liberismo). I due partiti sono già liberali in politica, liberisti in economia e laicisti sui temi etici.

Ma che c’entra questo con la sinistra storica? Con quei diritti degli ultimi, dei lavoratori, con quelle istanze di uguaglianza e giustizia sociale che la sinistra non esprime più?

Quello che non deve fare il Pd, purtroppo, è quello che sta facendo in questi ultimi giorni, segno che la sua classe dirigente non sta comprendendo la drammaticità di un cortocircuito totale che potrebbe relegarla al macero della storia, e cioé:

1) La spocchia, l’ironia, il disprezzo classista nei confronti di Conte. Si è visto chiaramente quando il neo-premier ha parlato alla Camera e al Senato. Come se essere neofiti della politica, anche con gli errori, le superficialità e le gaffe (il congiunto di Mattarella) del caso, voglia dire essere uomo di serie b, non appartenente quindi, alla casta dei professionisti, per definizione esperti della politica. Criterio che però non è stato utilizzato per i tecnici alla Monti piombati dall’alto nell’agone politico, o per varare sottobanco i vari patti del Nazareno con l’odiata destra;

2) E ancora (ciò che i dem non devono fare), continuare a produrre una narrazione razzista (la famosa superiorità etica), ideologica, figlia della “sindrome di Voltaire”: la pretesa di incarnare religiosamente il bene, l’etica, la morale, la democrazia. Il mestiere preferito dei dem da sempre è “l’indignato morale”: si indignano moralmente per gli errori della controparte, si indignano per la democrazia colpita dal populismo, per le minacce di Salvini alla Tunisia, si indignano per il mancato rispetto dei poveri immigrati, si indignano per l’Europa, per i conti pubblici, per il debito pubblico, per le coppie arcobaleno vessate dal medioevale ministro Fontana etc. Devono accettare che la controparte comunica e propone un’altra idea di società, di politica, di cultura, e non il nulla, il male. La frase cult dei dem è che non si può tornare indietro, sui diritti, mantra che si espone a un dubbio lancinante: ma il jobs act di Renzi aumentava o toglieva i diritti?;

3) Infine, ciò che non deve fare il Pd è ghettizzare il polo populista “mettendolo a destra”, eternando le vecchie inutili geografie politiche e i vecchi steccati (antifascismo, antiberlusconismo etc). Primo perché, se il governo Conte è a destra, l’opinione pubblica potrebbe accorgersi che nemmeno il Pd è di sinistra (per le ragioni che abbiamo appena riassunto); secondo, perché il polo populista (leghista e grillini) è proprio il risultato delle politiche dem di governo, che hanno difeso solo i già garantiti (impiegati pubblici e pensionati), e che hanno rappresentato di fatto gli interessi dello status quo istituzionale italiano: banche, caste, lobby finanziarie, imprenditoriali, collegate a Bruxelles. Sdoganata, infine, la parola populista (il parlare direttamente al popolo, saltando la democrazia parlamentare, la semplificazione del linguaggio politico), il rischio è che l’alternativa al populismo sia l’Ancien Regime (uno schema perdente), e non la riscossa della democrazia parlamentare, con tutte le sue caratteristiche; occasione che il Pd potrebbe cogliere, a patto di un sacrosanto bagno di umiltà. Ma stando alle prime reazioni seguite al decollo del nuovo governo, l’impressione è negativa.

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