Bettarini junior accoltellato, Meluzzi: “Mix di invidia social-e e bullismo di revanche”

Interviste

«Ti ho riconosciuto, sei il figlio di Bettarini, ti ammazziamo». Spunta un colpo di scena inquietante nella vicenda che ha visto protagonista Niccolò Bettarini, figlio di Simona Ventura e Stefano Bettarini,accoltellato domenica mattina all’uscita da una discoteca di Milano. Secondo quanto riporta il Corriere della Sera, gli inquirenti non avrebbero dubbi circa il fatto che gli aggressori, quattro in tutto, avrebbero colpito il 19enne Niccolò dopo averlo riconosciuto e specificando di volerlo “ammazzare” proprio in quanto figlio di Bettarini e della Ventura. Lo Speciale ne ha parlato con lo psichiatra Alessandro Meluzzi. C’è poi un’altra polemica che riguarda i buttafuori del locale accusati di non aver chiamato la Polizia quando qualche ora prima, all’interno, un amico di Bettarini junior era stato preso a schiaffi dai due albanesi. Anche i buttafuori pare fossero di nazionalità albanese e questo ha fatto nascere più di qualche sospetto. Di certo se la Polizia fosse stata avvertita in tempo, forse si sarebbe potuto evitare il successivo accoltellamento del ragazzo.

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“Sei il figlio di Bettarini ti ammazziamo” pare abbia urlato uno degli aggressori nei confronti del figlio di Simona Ventura e dell’ex marito calciatore. Una spinta emotiva? Una vendetta sociale?

“Lo chiamerei bullismo di revanche. Viviamo in un’epoca che punta a privilegiare la notorietà, il successo, dove la visibilità è diventata una sorta di nuova aristocrazia. Si fa parte di un mondo desiderabile se si è visibili, se si è noti, ci si sacrifica anche per un mi piace su Facebook e su Twitter e si punta ad avere una forte rilevanza mediatica e social. Essere famosi comporta sicuramente tanti vantaggi sociali, ma porta con sè anche le conseguenze di un sentimento antico come il mondo che si chiama invidia sociale. Penso sia questa la chiave di lettura più appropriata“.

Quindi oggi essere figli di personaggi famosi rischia di essere una colpa?

“Diventa inevitabilmente un modo per essere invidiati. Da una parte si è un leader, ma dall’altra si corre il rischio di essere odiati e aggrediti a causa di quel sentimento di ostilità che si nutre verso chi, nell’immaginario collettivo, ha più di noi, è più famoso di noi e può permettersi ciò che a noi non è consentito avere. L’invidia sociale consiste proprio in questo”.

Gli aggressori non hanno nemmeno trent’anni eppure pare girassero con i coltelli nelle tasche. Quanto certe fiction incentrate sull’azione di bande criminali che fanno della prepotenza l’ingrediente principale del potere e del successo, possono poi compromettere il modo di vivere la realtà?

“Il bullismo con corollario di armi da taglio nel mondo degli adolescenti e dei giovani è molto più comune di quanto si possa pensare. E’ un qualcosa che ha a che fare con l’esibizionismo, con la formazione di gerarchie, con la necessità di doversi difendere in caso di aggressione, con una violenza strisciante diffusa. Non sempre fortunatamente poi questi strumenti vengono usati a scopi violenti come avvenuto nel caso specifico. Si tratta però di un pericolo vero, da reprimere con forza. Penso che nel momento in cui nell’ambito di un controllo di Polizia, oltre alla droga si riscontra anche il possesso di corpi contundenti di una certa natura, si debba intervenire in maniera molto severa sia dal punto di vista giudiziario che educativo. I coltelli vanno lasciati a casa”.

C’è poi la polemica che coinvolge i buttafuori, albanesi come due degli aggressori, che non avrebbero chiamato la Polizia quando all’interno della discoteca erano avvenuti i primi episodi di violenza. La protezione del connazionale prevale quindi sulla sicurezza degli altri? Assistiamo ad un capovolgimento del codice d’onore?

“In generale figura del buttafuori è molto ambigua, andrebbe chiarita. Non è una guardia giurata, né un ausiliario di pubblica sicurezza. Dai concerti alle discoteche è ormai consolidato questo concetto dello staff che si distingue e acquisisce anche benefici sociali, oltre che economici, senza essere però normato dal punto di vista della pubblica sicurezza. E’ chiaro che quando questo ruolo viene assegnato a persone non adeguatamente formate, l’appartenenza di classe, di nazionalità, di genere, finiscono con il prevalere sul senso di giustizia. Quello che un agente di sicurezza è tenuto a fare, non lo fa il buttafuori. Come un carabiniere siciliano potrebbe chiudere un occhio sul reato commesso da un altro siciliano, ecco che un buttafuori albanese potrebbe essere portato a tutelare un connazionale all’interno di una discoteca se commette illeciti. Mi sembra tutto sommato grave, ma normale”.

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