La democrazia diretta di Casaleggio: da Mattarella a Orwell?

Politica

Se al tempo di Berlusconi, con una maggioranza di cento seggi rispetto all’opposizione, il tema era il fascismo incombente e l’indottrinamento degli italiani attraverso le sue tv; ora il pericolo, il male assoluto, è Casaleggio, in quanto “figlio del padre” dei 5 Stelle (insieme ovviamente a Beppe Grillo). Ossia, il progetto prossimo venturo di bypassare, oltrepassare, eliminare la democrazia liberale, parlamentare, delegata.

Da una parte, i sondaggi stanno dando un’ulteriore mazzata a chi contesta il governo giallo-verde, relegando Pd e Fi ai margini della storia (al momento Lega e 5Stelle superano il 60% dei consensi assoluti); dall’altra le frasi del rampollo Casaleggio inquietano: “La democrazia digitale e diretta renderanno inutili e superati Camera e Senato”.

Se uniamo le due cose (sondaggi e Casaleggio), ci sono i presupposti per una Repubblica “antiparlamentarista”, nei numeri e nella sostanza. Una realtà di fatto, se consideriamo che l’unica contestazione degna di nota al governo Conte la stanno muovendo istituzioni “extraparlamentari”: la magistratura con le sue inchieste, e soggetti “altri” rispetto al Parlamento, come l’Istat, l’Inps di Boeri e la Confindustria.

Siamo a rischio regime? Questo almeno è il pensiero dei vari intellettuali del Palazzo, degli osservatori nostalgici dei vecchi schemi destra-sinistra e del ceto politico sconfitto il 4 marzo.

Pierluigi Battista, ad esempio, parla di germe giacobino e totalitario, come dna dei grillini. Se aggiungiamo la fiorente letteratura che media, economisti, eurocrati, dem o azzurri, stanno spargendo a piene mani quotidianamente contro Salvini, il dato è tratto: l’Italia marcia spedita verso un altro fascismo, un razzismo, un sovranismo xenofobo, che disprezza migranti, chiude i porti, ha l’ardire di mettere in galera con la legittima difesa i delinquenti, e ha un’altra idea di nazione, di Europa e di economia (si pensi al decreto dignità che oggettivamente spariglia sia l’impostazione statalista del lavoro, sia quella liberista).

Andiamo per ordine ed entriamo nel dettaglio. I difensori della democrazia parlamentare di oggi sono quelli che ieri auspicavano un decisionismo dall’alto (un autoritarismo che poneva al centro l’uomo solo al comando e scavalcava comunque la democrazia rappresentativa): partiti a vocazione maggioritaria e riforme costituzionali mirate ad introdurre il premierato, o addirittura il presidenzialismo. Berlusconi, con le sue riforme (bocciate) e il partito degli italiani (Pdl) e Renzi, con le sue riforme (bocciate) e il partito della nazione. Tanto per dirne una. Basta riprendere le proposte delle nostre bicamerali e i patti vari delle crostate e delle aragoste.

La loro era democrazia o autoritarismo? La differenza con Casaleggio consisteva e consiste unicamente nella tecnologia? Sta di fatto che di fronte alle obiezioni dei parlamentaristi anti-Renzi e anti-Berlusconi, i due rispondevano all’unisono: “Oltre alla rappresentanza ci vuole la decisione e la decisione deve essere veloce, priva di impedimenti e blocchi. La modernità lo esige”.

Per non parlare, poi, della destra, da An a Fdi, portatrice storica dell’opzione presidenzialista, bollata come gollismo antidemocratico.

I 5Stelle non hanno mai nascosto la loro natura “assolutista” democratica: filosofia alla Rousseau e piattaforma Rousseau, ossia la divinizzazione della volontà e dell’interesse generale, resi a unità nazionale; la democrazia e la partecipazione diretta, passando dalla piazza alla rete sovrana. Un salto di qualità verso un’altra modernità, che necessariamente porta lo scalpo della democrazia liberale, intesa come luogo della mediazione.

La difficoltà dei grillini di mediare, di scendere a patti con gli altri partiti, non deriva da una vocazione autoritaria, ma dalla non contaminazione politica, che li renderebbe uguali agli altri, annacquerebbe ogni loro provvedimento di rottura e li allontanerebbe dall’obbligato contatto diretto con la loro base Internet. Che li vincola.

Ciò che preoccupa, al contrario, sono le regole di questa democrazia virtuale, i canali di accesso al voto, i controlli, le finalità e la coincidenza con l’autorità assoluta di un capo-sovrano della rete, che diventa automaticamente il capo sovrano dell’Italia.

Rischiamo di abbandonare Mattarella e di ritrovarci Orwell.

I grillini di governo (da Fico ai ministri), per ora, hanno dovuto ridimensionare la concezione utopistica e visionaria di Casaleggio junior (lo impone la legge della realtà), ma reggeranno alla lunga?

La stessa matrice contrattuale del governo, su cui si regge la precaria e delicata intesa con i leghisti, conferma che con loro non è possibile alcun accordo, alcun compromesso. Il “contratto” nega, infatti, per definizione, il valore dell’intesa e certifica un pragmatismo che potrebbe andare in qualsiasi direzione.

In conclusione, se nessuno può dare lezioni di democrazia, la prospettiva futura che ci aspetta è una guerra tra diverse idee di decisionismo? Democrazia diretta parlamentare e democrazia diretta cibernetica?

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