Pd, dopo Renzi quanto sa di Sala lo pane altrui (il tecnico esterno)

Politica

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Un tempo era il “modello-Roma” ad aprire le porte per Palazzo Chigi. La capitale d’Italia e della cristianità diventava di fatto e di diritto il laboratorio politico di nuovi esperimenti, di nuove alleanze. Così è stato per Rutelli, entrato nelle varie squadre di governo, così è stato, specialmente per Veltroni, per quanto riguarda il Pds-Pd, versione clintoniana.

Siccome ora Roma vuol dire Raggi (col bilancio amministrativo che sappiamo) e quindi i grillini che sono al governo, cioè i nemici dei dem, l’attenzione si è spostata sull’altra capitale, quella produttiva: Milano.

Ed ecco, infatti, che Sala, l’attuale sindaco di Milano, arrivato al giro di boa del primo mandato, sta pensando alla scalata nazionale e al suo futuro personale: diventare simbolo unificante della sinistra in crisi e competitor governativo dell’esecutivo gialloverde.

Come dire, il tecnico progressista e illuminato, “modello-Expo”, contro i populisti improvvisati e incompetenti, che osano bloccare le grandi opere, la Tav e che hanno già bloccato, cassato, le Olimpiadi a Roma, con tutto ciò che consegue in termini di indotto economico.
Non c’è intervista recente di Sala che, tra le righe, non lasci intuire tale ambizione. Un sogno malcelato da pochi distinguo e molti sottintesi.

Tanti sono gli elementi che hanno portato a questa accelerazione: lo sgarbo relativo ai giochi invernali 2026, che ovviamente Sala non ha preso bene: “Milano è un modello, non può essere un fortino assediato”. Ne consegue che per realizzare i suoi progetti in progress anche cittadini ci deve essere almeno un governo amico.

E poi, da qualche tempo sono aumentate esponenzialmente le sue incursioni “nazionali”. Solo un mese fa, ad un evento antirazzista si è definito «l’anti-Salvini». E spesso ha detto la sua sul Pd, tentando di imporsi, come l’ex ministro Calenda, assertore del fronte repubblicano per andare oltre il Pd, da esperto prestato alla politica: un civil servant, una risorsa oggettiva e collettiva. Indubbiamente, pur federando un’alleanza amministrativa più vasta, il Pd è la parte di campo a cui Sala guarda: attende le evoluzioni al Nazareno, una possibile fase costituente nel partito e nel centrosinistra. Lo scenario giusto per la sua alternativa al fronte sovranista: ripetiamo, quel «modello Milano», capace di attrarre oltre i soliti schemi. Una voce, quindi, critica e costruttiva: «Parliamo a noi stessi, non allarghiamo il consenso», ha detto nell’ultima intervista a Libero. Segno evidente di un’altra strategia che intende proporre per far ripartire la baracca. Una strategia assolutamente contraria all’autoreferenzialità della classe dirigente renziana e post-renziana.

Chi lo conosce bene giura che Sala non spera in un ruolo guida, non avrebbe il dna di capopopolo, ma di esperto.
Il problema dei dem è proprio quello: in questa fase storica, estremamente problematica e delicata per il partito, continuare a rappresentare l’impresa, i tecnici, le banche, sarebbe un modo per confermare la vocazione classista ed elitaria del Pd, da secoli lontana dal popolo e da quel mondo del lavoro che ormai guarda altrove.
Questa è la ragione del declino dem.

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