Ipsos. Italiani tutti stupidi? E’ il pensiero delle élite e dei loro media

Politica

Se il populismo esagera in rozzezza, semplificazione e alza troppo i toni, parla troppo alla pancia, la comunicazione dell’élite non è da meno. Una semplificazione di segno opposto: spocchia, pretesa di incarnare religiosamente il bene, la politica, la democrazia, l’etica, la morale, l’economia. Un ruolo pedagogico che non si esplicita apertamente, ma si esprime nel modo peggiore: pensa di insegnare, istruire, indottrinare la gente per migliorarla.

La casta padrona (in politica, nell’impresa, nella cultura), e ha ragione Mario Giordano, dà dell’imbecille all’italiano medio (se vota Berlusconi è perché si è fatto turlupinare dalle sue tv, se vota Salvini è perché ha vinto la pancia, la paura, la protesta etc), e nello stesso tempo, gli offre gli strumenti per salire, ascendere, aspirare ad essere diversi, ad essere come lei (senza riuscirci mai). Uno schema che significa unicamente mantenimento e consolidamento al potere dei soliti noti.

Cos’hanno in comune, infatti, il sondaggio Ipsos dell’altro giorno, pubblicato sul Corriere della Sera (icona dei poteri forti) e l’intervista, sempre sullo stesso giornale, a Gilberto Benetton? Il medesimo retrogusto.
Il questionario Ispos, articolato su 34 domande è stato tutto un programma: quanti diabetici ci sono in Italia, quanti immigrati, quanti di religione islamica, il numero esatto dei furti? Sapete i veri numeri sul lavoro, la disoccupazione, il terrorismo dopo l’11 settembre, gli obesi, i veicoli registrati, i suicidi…

Tutto per dimostrare che è solo questione di ignoranza (vorremmo vedere quanti politici di vecchio corso, dai dem ai post-dc, conoscono tali numeri), ed è solo questione di percezione. Perché i veri numeri sono molto più bassi. Una percezione che si traduce in moneta sonante per i populisti Salvini e Di Maio al governo. Basta accorgersi di tale realtà per smascherare l’inganno grillino e leghista, e tornare a votare i garanti della verità. In fondo, se i numeri sono inferiori ai timori, a quel punto, i morti per terrorismo, i disoccupati per quella flessibilità che è precarietà (grazie al jobs act), le ragazze stuprate, i migranti che delinquono, non contano. O contano meno.

Stessa filosofia, ma con un linguaggio estremamente più abile e felpato, l’intervista di Benetton. Il non intervento mediatico subito dopo il dramma di Genova diventato “segno di rispetto”. La festa a Cortina dopo poche ore dal crollo del ponte Morandi, spiegato con una premessa: “Non rispondo alle insinuazioni e comunque era una tradizione di famiglia, abbiamo ricordato nostro fratello scomparso”; la riconferma dei vertici di Autostrade e di Atlantia, valutato unicamente sul piano economico: “Massima fiducia. Atlantia è diventata un player mondiale… compito degli imprenditori è creare valore, fare utili”. La collocazione ideologica dell’imprenditoria italiana, riconfermata: “C’è stato il momento storico delle privatizzazioni che negli anni 90 lo Stato decise di fare, a causa del grande debito pubblico, per poter entrare nell’euro”.
Per carità, tutte risposte legittime e corrette, ma che lasciano trasparire una dimensione troppo alta, che privilegia solo un criterio e un dogma economico, imprenditoriale, poco umano.
Non è questa la sede per valutare il ruolo della famiglia Benetton, meritevole da tanti punti di vista, né la professionalità di Ipsos, nomi e soggetti importanti della nostra storia, ma la critica ad una comunicazione, o agli effetti di essa, che significa molto.

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