Manifestazione Pd, parla Chiara Geloni: “La lezione non l’hanno ancora capita”

Interviste

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I Dem parlano di grande successo, ma bastava sentire le voci della piazza nelle dirette televisive per capire quanto la manifestazione del Pd alla fine sia stata un flop: non tanto nei numeri sempre discutibili, quanto nel tentativo di vincere “la paura”. Lo slogan era proprio “L’Italia che non ha paura”, ma di paura ieri a Piazza del Popolo se ne avvertiva tanta. Era la paura di chi vedeva un’oggettiva incapacità della classe dirigente di tornare in sintonia con il Paese reale e riprendere i voti in uscita alle ultime elezioni verso il M5S ed in parte anche verso la Lega. Si avvertiva il fondato timore che tanto Salvini sul fronte della sicurezza, che Di Maio sul fronte sociale, siano molto più capaci di intercettare il consenso di quanto sappia fare un Pd lacerato dalla lotta fra correnti. Lo Speciale, con un editoriale di Fabio Torriero, ha ben fotografato lo stato di salute del partito all’indomani del tentativo di richiamare il proprio popolo alla mobilitazione. Ne abbiamo parlato anche con la giornalista, politologa e responsabile del sito di Articolo 1-MdP Chiara Geloni. 

Ieri il Pd è sceso in piazza? Successo? Flop? O una via di mezzo?

In realtà ieri le manifestazioni sono state due, perché oltre a quella del Pd a Roma, ce ne è stata un’altra a Milano organizzata dall’Anpi e da altre organizzazioni di sinistra contro le politiche del governo sull’immigrazione. Entrambe penso siano perfettamente riuscite. Mi spiace che ieri sera i telegiornali abbiano aperto con la manifestazione del Pd senza neanche parlare di quella che si è svolta a Milano. Sono del mestiere e comprendo perfettamente come nel giornalismo spesso si seguano delle logiche molto strane; ma penso anche che tutte le persone che scendono in piazza vadano rispettate allo stesso modo. I giornalisti dovrebbero raccontare tutto. Ci può stare che la manifestazione del Pd occupi maggiore spazio, ma che sull’altra non si faccia il minimo accenno lo trovo davvero assurdo”.

Due manifestazioni che però hanno portato il cosiddetto popolo della sinistra a dividersi ancora. O no?

“Penso che la fotografia che emerge sia molto chiara e lucida. Dimostra che la sinistra è ancora in grado di mobilitare i suoi militanti, ma ciò che non riesce a fare è parlare al Paese e proporsi come alternativa credibile alla maggioranza giallo-verde. Quello di ieri è un dato di partenza che definirei importante e che non era scontato. A Roma è stata premiata la linea del segretario dem Maurizio Martina che ha avuto coraggio nel chiamare la base a raccolta dopo la disfatta del 4 marzo. Tuttavia non mi pare si sia risolto nulla. Di certo i problemi della sinistra e del Pd sono ancora tutti sul tavolo”.

C’è chi ha ironizzato sullo slogan “L’Italia che non ha paura”. Sembrava che la paura l’avessero proprio i dirigenti sul palco verso Di Maio e Salvini, la paura di non riuscire ad arginare il loro crescente consenso, bocciando una manovra di fatto non ancora varata. Condivide?

“A me piacciono sempre le citazioni di De Gregori, ma il grande problema di quello slogan sta nel non riuscire ad interpretare il sentire della maggioranza degli italiani che oggi purtroppo ha paura. Un vasto elettorato che non si è sentito capito dalla sinistra in tutti questi anni in cui ha governato. Non si tratta di negare la paura ma di saperla contrastare. Temo che se non si capirà questo, la paura degli italiani continuerà a portare sempre più consenso alla destra. Il titolo, per quanto bello, non era certamente il migliore che si potesse scegliere in questo particolare momento”.

Le voci della piazza sembravano a tratti molto autocritiche. Non si percepiva forse un forte malessere verso l’attuale classe dirigente Pd, troppo impegnata a conservare il potere, più che verso il governo?

“Sì, questa sensazione si è percepita, ma è la sensazione tipica di questo tempo. I militanti e le tante persone impegnate sui territori che si sono mobilitate per la riuscita della manifestazione, si aspettano una nuova proposta politica. Continuano ad avere fiducia nel Pd ma sono consapevoli di non poter tirare a campare. Devo dire che ieri Martina ha detto una frase molto impegnativa, ossia di aver capito la lezione. Vorrei credergli, ma temo sia una dichiarazione poco realmente sincera. Bastava fare stamattina un giro sui social per rendersi conto di come la piazza di ieri sia stata ridotta quasi ad una sorta di sberleffo. Si puntava ad enfatizzare la grande partecipazione, con una sorta di guerra dei numeri che alla fine sembrava mirata unicamente a far passare il messaggio che la politica che si sta facendo adesso contro il governo è quella giusta. Se è così, non mi sembra proprio si sia capita la lezione”. 

Martina avrà avuto anche coraggio e i numeri possono anche averlo premiato, ma alla fine ciò che ha fatto più notizia è stato Matteo Renzi. Ancora una volta l’ex segretario è stato bravo a rubare la scena a tutti?

“Guardando ieri sera i telegiornali sembrava che l’evento clou della giornata fosse stato il saluto di Renzi a Paolo Gentiloni. Di sicuro Renzi è molto bravo ad occupare la scena e anche ieri alla fine è stato abile nel presentarsi come protagonista principale del Pd. Questo credo sia un problema che il partito dovrà affrontare, fermo restando che non si può rimproverare a Matteo Renzi di essere Matteo Renzi. Se i dem vogliono dimostrare di aver capito davvero la lezione dovranno fare i conti anche con il protagonismo dell’ex segretario e se riterranno opportuno dovranno arginarlo”. 

L’abbraccio fra Renzi e Gentiloni è stato un segnale di unità ai militanti, o come pensa qualcuno un avvertimento a Zingaretti? Il Governatore del Lazio e candidato alla segreteria è forse troppo disponibile al dialogo con il M5S che disturberebbe entrambi gli ex premier?

“Questo sinceramente non lo so. Non sono informata dei rapporti reali fra Renzi e Gentiloni. Potrebbe essere stato anche un gesto di Renzi per fare notizia, e se così fosse ci è riuscito in pieno visto che, come detto, tutti i telegiornali si sono concentrati proprio su questo. Tuttavia non è giusto pensare sempre male, anche perché fra i due c’è un’antica e consolidata amicizia, quindi al di là delle divergenze del recente passato, potrebbe essersi anche trattato di un gesto sincero. Non mi sembra il caso di psico-analizzare un saluto. Per altro nel congresso del Pd possono succedere tante cose, gli schieramenti non sono ancora definiti. In realtà, a parte Zingaretti, non sappiamo nemmeno chi sarà in campo e con quale ricetta politica”.

Salvini e Di Maio hanno vinto la sfida con Tria, ottenendo l’innalzamento del deficit al 2,4%. Hanno annunciato una manovra dai contenuti fortemente sociali. E’ tutta da buttare o ci sono anche proposte di sinistra, quindi condivisibili?

“C’è un messaggio chiaro all’Italia che ha paura e che si sente oppressa dalle politiche degli ultimi anni, dai diktat dell’Europa e dal troppo rigore nei conti pubblici. Tutti elementi che hanno di fatto impedito di migliorare la vita delle persone. La manovra vuole dimostrare agli italiani di aver recepito il messaggio che è arrivato dal 4 marzo,  nello sfidare una certa ortodossia europea, senza farsi condizionare dalle minacce che arrivano da Bruxelles. Pur ritenendo giusto sfidare l’Europa sui vincoli, ritengo tuttavia che lo si dovrebbe fare con una visione di lungo termine, investendo le risorse aggiuntive che arriveranno con lo sforamento del deficit su forti ed incisive politiche di sviluppo, per il lavoro, per la crescita e per aiutare chi è rimasto indietro. Questo non lo si può fare però elargendo riduzioni di tasse a chi magari non ne avrebbe bisogno o sussidi, anche ridotti rispetto alle aspettative, che non risolvono i problemi dell’economia”. 

 

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