Juncker, parla Rinaldi: “Sembra Maria Antonietta. Ultima chiamata per salvare l’Europa”

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Il presidente della Commissione europea Jean-Claud Juncker è sceso in campo commentando la decisione del governo italiano di sforare il rapporto deficit-pil del 2,4%: «Se l’Italia vuole un trattamento particolare supplementare, questo vorrebbe dire la fine dell’euro. Bisogna essere molto rigidi», ha dichiarato in un intervento in Germania, citato dai media internazionali. Intanto continuano le turbolenze nei mercati, con lo spread inizialmente a 300 punti poi scesi a 295. Negativo anche l’avvio di Piazza Affari. Lo Speciale ne ha parlato con l’economista Antonio Maria Rinaldi, animatore del sito Scenari Economici. 

Come commenta le parole di Juncker?

Penso che il presidente della Commissione europea commetta un grande errore nel vedere soltanto la punta del proprio naso invece che la luna”.

In che senso?

“Nel senso che se è davvero convinto della necessità di essere rigidi con l’Italia per mettere in sicurezza l’euro, allora significa che non ha ancora capito come questa cieca rigidità non produrrà altro risultato che la disgregazione dell’Unione Europea”.

Cosa glielo fa pensare?

“A Bruxelles non hanno compreso che ormai da parte dei cittadini italiani, ma direi anche degli altri Paesi, c’è la consapevolezza che la governance europea non abbia saputo affrontare e risolvere i problemi dell’economia reale in fatto di occupazione, lotta alla povertà, diritti inalienabili, perseguendo soltanto politiche a supporto della Finanza e delle grandi multinazionali. Juncker farebbe meglio a tacere”.

Ma come mai adesso l’Italia diventa così importante al punto da mettere persino in pericolo l’euro?

“Perché se dovesse passare la linea dell’Italia, ossia quella di fare gli interessi dei cittadini avanti a tutto ed in modo particolare ai diktat europei, anche gli altri Paesi che si trovano nelle stesse condizioni potrebbero seguirne l’esempio. In pratica se vince la linea dell’Italia, rischierebbe di essere messa in discussione una volta per tutte quella funzione di rigido controllo dei bilanci che Bruxelles esercita sugli Stati. E’ come un tappo che salta liberando tutto quello che fino ad ora è stato contenuto. Badate bene però che questo discorso vale soltanto per l’Italia, perché verso la Francia che ha condizioni peggiori di noi in termini macroeconomici, nessuno ha mai protestato tutte le volte che ha sforato il deficit. Juncker e company dovrebbero fare invece un doveroso mea culpa e capire dove hanno sbagliato, cercando di mettere in moto dei meccanismi capaci di far funzionare e rendere sostenibile l’Unione europea per tutti”. 

Lo spread sale, i mercati sono in agitazione, stanno forse preparando una crisi politica?

“Sono le conseguenze delle dichiarazioni a borsa aperta di Pierre Moscovici, commissario europeo agli Affari economici. Dichiarazioni assolutamente fuori luogo, anche perché prima di parlare dell’Italia dovrebbe preoccuparsi dei problemi del suo Paese dove è stato ministro dell’Economia. Qui si sta facendo un gioco che non esito a definire sporco. Stavolta però da parte dei cittadini c’è una consapevolezza molto diversa da quella del 2011, quando con la leva dello spread fu messo in atto quello che io definisco un colpo di stato finanziario, con la defenestrazione di un governo eletto dai cittadini e la sua sostituzione con un esecutivo tecnico privo di legittimazione popolare. Questa volta il giochino lo abbiamo capito tutti e questo spaventa i signori di Bruxelles chiusi nelle loro torri d’avorio e incapaci di interpretare il sentire popolare. Mi sembrano come Maria Antonietta con le brioches e forse capiranno i loro errori soltanto quando sarà troppo tardi per salvare l’Europa”. 

Le mancate dimissioni di Tria come vanno lette? Come la necessità di restare a via XX Settembre per rassicurare l’Europa, i mercati e il Capo dello Stato?

“Tria non ha mai pensato di dimettersi e non mi risulta nemmeno abbia perorato ossessivamente la causa dell’1,6% o addirittura si sia detto disponibile a non andare oltre l’1,9%. Come dice il ministro Paolo Savona non si può scrivere un bilancio partendo da una percentuale, nessun testo di economia lo prevede. Prima si fissano gli obiettivi in termini di crescita economica, rilancio dell’occupazione, investimenti e lotta alla povertà, e poi si tirano le somme e si fanno i conti fissando i punti percentuali. Capisco che da parte dei media vi sia la necessità di creare il caso politico, ma a me non risulta che ci sia stata questa grande tensione nel governo, al di là di una normale dialettica politica. Tante cose dette e scritte nei giorni scorsi mi sono sembrate ricostruzioni da Grande Fratello”. 

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