Primarie Pd. Arriva Richetti, il diversamente renziano

Politica

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Un tempo c’era Richetto, lo scolaro impertinente eternamente bocciato, portato alla ribalta, negli anni Sessanta, da mago Zurlì, protagonista di momenti televisivi esilaranti, nei dialoghi strampalati proprio col conduttore dello Zecchino d’oro.

Ora c’è Matteo Richetti, senatore dem, che si è autocandidato a guidare il Pd. Anche lui, infatti, è uno scolaro impertinente (il maestro è Renzi). E vedremo se pure lui sarà bocciato, nella corsa alle primarie che per il momento vede come unico suo antagonista, il governatore del Lazio Zingaretti.

Perché scolaro impertinente? Perché nato e cresciuto politicamente con Matteo Renzi, prima l’ha amato, poi criticato, poi si sono lasciati, poi ritrovati, ora definitivamente separati. Oppure no? I più maligni sostengono che si tratti ancora del “ventriloquo di Matteo”.

Ma lui, legittimamente se ne infischia, e va avanti per la sua strada, come del resto, ha sempre fatto. Viene dal Ppi, come Renzi, e diventa subito il braccio destro del sindaco di Firenze.
Nell’ottobre 2011 partecipa ad una “tre giorni” di proposte chiamata “Big Bang”, con Renzi, Davide Faraone e Giorgio Gori, nella quale chiunque ha avuto la possibilità di salire sul palco e proporre la sua idea di governo se fosse stato a Palazzo Chigi. Nel giugno 2012, sempre insieme a Renzi, Faraone e Gori, organizza la seconda edizione del Big Bang, denominata “Italia Obiettivo Comune”, tenutasi al Palacongressi di Firenze, dove quasi un migliaio di amministratori locali del Partito Democratico hanno raccontato la loro esperienza di governo del territorio per rilanciare un nuovo modello di PD e di Italia.

Il 23 febbraio 2016 Richetti, comincia a fare il Richetto: nella trasmissione televisiva Otto e mezzo, critica Renzi e la sua indole autoritaria all’interno del Pd; aggiunge inoltre che è da circa un anno che non incontrava il segretario del partito, sintomo di un deterioramento “relazionale”. I rapporti tra i due migliorano in occasione della campagna elettorale per il Referendum costituzionale del 2016 e dal 7 maggio 2017, al punto che Richetti è nominato dal Capo portavoce del Pd.

Poi, la definitiva separazione. E ora con Renzi in posizione defilata, seduto in quel Senato che voleva abolire, ma ancora regista (ha tolto la scena alla manifestazione romana del Pd addirittura a Martina), Richetti ha deciso il il duplice salto in alto. Con motivazioni altisonanti, che partono proprio dalla piazza di Roma: “Piazza del Popolo ha gridato unità, e in me troverà grande soddisfazione, perché non solo farò una campagna elettorale dove il litigio sarà assente, ma andrò anche ad ascoltare.

E ascolterò le nuove generazioni. Oggi i giovani non ci filano. Il mio slogan sarà “Diversamente”; sono convinto che si debba fare politica diversamente, fare il partito diversamente e parlare diversamente”. Auguri. Anche perché se vincerà, andrà a comandare un partito che da tempo è diversamente dalla sua tradizione social-democratica e diversamente dalla sua storia. Un partito che da “avvocato del popolo” è passato ad “avvocato della casta”. Mentre qualcun altro è diventato il nuovo “avvocato del popolo”. E fa il premier.

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