Leopolda e Circo Massimo. Grillo e Renzi uguali nello spettacolo

Politica

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Cos’hanno in comune oggi Beppe Grillo e Matteo Renzi? La verità, la realtà, la fuga politica e artistica o la sceneggiata?
I due cominciano al contrario: Beppe Grillo, da comico (questa è la sua storia), inizia sempre più a fare il provocatore e infine, lo “sfanculatore” della casta, del sistema economico, sociale, politico e istituzionale. Con una comunicazione alzo zero soprattutto contro la Ue e le multinazionali, in primis, quelle farmaceutiche.
E’ l’era dei “V day” che raccolgono un’Italia populista e moralista delusa dal politichese, che salda giustizialismo, democrazia diretta e spinta contestatrice; legalità e alternativa al presente. Un’Italia, va detto, non nuova che, nel passato ha assunto varie forme, non cambiando sostanza: elementi di populismo, di lotta al professionismo politico e alla classe dirigente partitocratica ci sono sempre stati dal 1946: dall’Uomo qualunque al monarchico Lauro, dal Msi ai girotondini, da Berlusconi allo stesso Renzi. Ma Grillo, grazie all’incontro col visionario-informatico Casaleggio, fa di più: costruisce il “partito-rete”, con i suoi “politici-cittadini”, destinato a grandi cose.

Matteo Renzi, invece, esordisce da professionista della politica. Vivace, dinamico, giovane, sindaco ribelle e creativo di Firenze, tenta di interpretare una sorta di antipolitica commestibile, per ricomporre proprio la politica tradizionale: si inventa la “rottamazione”, come metodo per cacciare i vecchi dem e sostituirli con i nuovi, i suoi. La sua rivoluzione governativa conosce una velocissima escalation, e una rovinosa quanto altrettanto veloce, caduta.
Dal 40% al 17% come picco del suo partito, non è male, e con lui tutti i giovani riformisti renziani, tra chi lo segue e chi lo tradisce. Lo salva la scialuppa senatoriale, grazie al voto del 4 marzo; quel Senato che lui voleva abolire; ma comunque lascia un Pd in pessima salute.

Il partito di Grillo (Il Movimento) invece attualmente è al massimo della sua espressione e potenza: al governo gialloverde con la Lega, inaugurando il primo esperimento populista-sovranista della storia repubblicana.
Ora però, i due si stanno toccando, incrociando: Grillo parla a vuoto, galvanizza una platea pentastellata, in cerca di rassicurazioni (i timori di perdere l’identità col famoso contratto), come ha fatto al Circo Massimo, ma si avventura in un attacco senza precedenti nei confronti del Quirinale, costringendo Di Maio e soci a dire che “sono opinioni personali” e il premier Conte (presente a Italia a 5Stelle), a rettificare subito in diretta con Mattarella.
Per qualcuno si è trattata unicamente di una furba distrazione di massa, ma il dato è che Grillo è tornato a fare il comico-presentatore.

Stesso iter di Renzi, che alla Leopolda, ha smesso i panni del politico per varare la sua nuova filosofia civica-mediatica (i circoli per rilanciare il Pd), col nuovo ruolo di conduttore: fa parte della squadra di Lucio Presta (che gli ha anche prodotto il documentario su Firenze), come Paola Perego, Antonella Clerici, Lorella Cuccarini, Ezio Greggio, Amadeus, Teo Mammucari. Una bella squadra.
E’ ormai in quest’ottica che va letta, infatti, la comparsata alla Leopolda di Bonolis, con i ruoli rovesciati: Renzi-presentatore e Bonolis-politico, che ha detto le uniche cose politiche, ma sempre battute (sugli Inti-Illimani e sul duo Totò e Peppino, alias Salvini e Di Maio).
Quello che conta, da adesso in poi, è che le parole di Renzi, come quelle di Grillo, avranno un’altra valenza scenica: lo spettacolo.
E’ la fine o un nuovo inizio dei due?

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