Manovra: Italia come Grecia e Portogallo. Che succede ora? Le date rosse

Politica

Le parole a confronto sono importanti. E non si tratta solo di parole, ma di fatti. Che pesano.
La Ue ha bocciato la Manovra. Era previsto. E non sembra neanche una notizia. Ed è toccato ad un eurocrate che notoriamente “ama l’Italia”, come il Commissario Moscovici, annunciarlo ufficialmente.
Dalla sua posizione e quella degli altri suoi colleghi, emerge tutta la spocchia di Bruxelles, che giudica, bacchetta, condanna, assolve.
“L’Italia sta sfuggendo coscientemente alle regole”: non è il segno di diverse idee sull’economia, sulla crescita, sul modello di sviluppo da seguire, nel libero rispetto dei Paesi membri, ma una reprimenda che di solito il maestro inflessibile fa allo scolaro che non ha studiato.

In quel “coscientemente” sta tutto il processo alle intenzioni contro l’Italia che conferma tutti i pregiudizi sul nostro Paese, quando esprime governi che riscattano la nostra storia e recuperano un minimo di orgoglio nazionale. E’ vero che l’Italia ha sottoscritto trattati e ha messo in Costituzione il pareggio di bilancio, ma è anche vero che le applicazioni delle regole “condivise” possono essere cambiate.
E non solo: la Ue ci dà “tre settimane” per rifare i compiti, correggerli come dicono a Bruxelles, filosofia incompatibile col governo Conte che ha messo al primo posto la “stabilità sociale” rispetto al rigore dei conti. Tre settimane e dopo si farebbe concreta la possibilità di un’apertura della procedura per deficit eccessivo per violazione della regola del debito (procedura di infrazione).

In poche parole, una condanna morale, politica nei confronti dell’Italia e una multa salatissima. Esattamente come è successo al Portogallo e alla Grecia, nel 2016. La Commissione di allora dispose la ghigliottina, ma poi il Consiglio europeo chiese e ottenne, di bloccare le multe imponendo ai suddetti paesi “un ulteriore sforzo”. Cioè, il bagno di sangue fiscale per risollevarsi.
Ma in questo caso, l’Italia appare isolata e non godrebbe di appoggi in alto loco. Anzi, è vista come il demonio, come l’apripista di una rivoluzione che se, imitata da altre nazioni (Ungheria etc), potrebbe scompaginare totalmente la Ue nelle fondamenta. E la miccia scoppierebbe in occasione delle prossime elezioni europee.

E il governo? Alla comunicazione orgogliosa di Conte (“non cambieremo, non è possibile, visto che abbiamo prodotto una Manovra non improvvisata”), di Salvini e Di Maio (“Bruxelles attacca il popolo”), risponde quella più collaborazionista del ministro Tria (“è iniziata un’interlocuzione”), cui Bruxelles dà l’unica patente di credibilità.
Una Ue che decide, scomunica e legittima, come mai non ha mostrato la stessa fierezza in occasione di altri sforamenti del debito-pil, partoriti dai governi di centro-sinistra? Forse per affinità ideologica? Questo, infatti, è il vero punto. Se i mercati (e pertanto le oscillazioni dello spread) sono sensibili alle incertezze dei governi, perché risentono soltanto in negativo dopo i no di Bruxelles e non risentono in positivo di fronte alla sicurezza dei (nostri) governanti? Una bella domanda.

Per vedere come andrà a finire, dobbiamo aspettare altre due date (oltre le tre di cui abbiamo già parlato): il 5 novembre si terrà l’Eurogruppo e l’opinione negativa sulla nostra manovra finirà sul tavolo del vertice che riunisce i ministri economici e finanziari dei 19 Paesi che hanno adottato la moneta unica.
E l’8 novembre la Commissione Ue pubblicherà le previsioni di autunno: e i nostri conti presentano alcune criticità secondo molti osservatori.
Al netto di quanto avverrà a Bruxelles, poi, va considerato l’effetto negativo che una procedura di infrazione contro l’Italia può avere sui mercati e sullo spread. Il 26 ottobre è anche atteso il giudizio dell’agenzia di rating Standard & Poor’s sull’Italia (attualmente è BBB con outlook stabile); un downgrade — sulla scia di quanto fatto da Moody’s — è probabile.
La fuga degli investimenti stranieri dall’Italia, intanto è stata certificata pochi giorni fa dalla Bce: gli investitori esteri hanno venduto circa 17,9 miliardi di euro di titoli italiani (azioni, obbligazioni e titoli di Stato) ad agosto.
E nemmeno una politica di forte condono li farà rientrare.

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