Spread, Tria ci ripensa. Bisogna cambiare, ma non c’è un piano B

Politica

Non c’è due senza Tria. Anzi non c’è tre senza Tria. Un giorno, quando magari il governo Conte sarà passato o confermato, gli esperti scriveranno un libro sul ministro dell’Economia. Ormai, nella comunicazione, nelle scelte, nei rapporti istituzionali, rispetto al duo Salvini-Di Maio, viaggia ambiguamente e paciosamente (col suo aspetto da contabile illuminato e timido), da una posizione moderata-polemica ad una collaborazionista.

Dato per “uomo del Colle”, punto di raccordo degli equilibri tra Roma e Bruxelles, uomo “suggerito” dal presidente della Repubblica per frenare, normalizzare, i populisti anti-Ue, si pensi al caso Savona, all’inizio, sembrava il “signor no” (come da dichiarazioni e comunicati stampa).

E in effetti, tutti lo aspettavano al guado, cioè nel momento di redigere il Def e di aprire le danze dei soldi. Qualcuno addirittura voleva usarlo come cavallo di Troia di Pd e Fi. Il tema caro alle opposizioni e non solo, come noto, era ed è, quello delle coperture economiche circa il reddito di cittadinanza, la flat tax, il superamento della Fornero. E la questione dei tecnici-ragionieri traditori e della manina, non sembrava preludere al meglio. Un’atmosfera di sospetti e veleni che, al momento, non si è del tutto dissolta.

Invece, all’improvviso, nel presentare il Documento e nella relativa conferenza-stampa e successive interviste ai giornali, il ministro ha tirato fuori le unghie e l’orgoglio, difendendo lo spirito e la filosofia della Manovra. Quasi un sovranista.
Uno scatto rispetto a tutti e in primis, rispetto alla Ue.
E quando è arrivata la bocciatura, ha mantenuto la calma, ribadendo che è appena trascorsa la fase-1, che ci sarà il dialogo e il confronto con l’Europa “che capirà”, ribadendo la priorità ideologica del governo gialloverde, ossia la “stabilità sociale”, insistendo sulle previsioni di crescita che sicuramente avverrà. In perfetta coerenza, del resto, con le risposte a Moscovici di Conte, Savini e Di Maio. Toni diversi, sostanza identica.

Da qualche giorno, invece, sta remando contro, sembra tornato alle sue posizioni iniziali, discostandosi dal coro di Palazzo Chigi.
A Porta a Porta ha ammonito che “non possiamo, mantenere troppo a lungo lo spread a 320”. Il problema sono e saranno le banche: “Il sistema di misura del loro capitale si fa a valore di mercato, con lo spread troppo alto una parte si svaluta e pone un problema al sistema bancario e alle banche più deboli”.

Prima il dubbio, il timore, poi l’idea: “Non si esclude che di fronte a una situazione in cui si deve intervenire, qualcosa possa cambiare”. Un ritorno ai distinguo anche con precisi segnali, ad esempio, nei confronti della comunicazione di Palazzo Chigi (Casalino): “Non commento volgarità e minacce contro i funzionari dello Stato”.
Cosa vuol dire? Malgrado il fatto che poi il ministro abbia corretto il tiro (“non esiste un piano b”), i dubbi sul suo doppiopesismo restano.

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