Dopo il Mediterraneo il Golfo del Messico: il nodo dei migranti poveri

Esteri Politica

Un corteo di donne, uomini e bambini in fuga dalla miseria e dalla fame procede da alcuni paesi del sud verso uno più a nord, avendo l’intenzione di proseguire verso uno ancora più ricco.

Ma lo stato più ricco minaccia di chiudere le frontiere, pretendendo che sia quello sotto di lui a occuparsi di tutti gli immigrati. Se state pensando a degli africani che cercano di raggiungere l’Italia nella speranza di arrivare in Francia o Germania, avete sbagliato. Sta succedendo in America.
Un fiume umano composto ormai da settemila persone è partito due settimane fa da San Pedro Sula, nell’Honduras, ha attraversato il Guatemala raccogliendo lungo la strada altre migliaia di migranti e ha superato il confine col Messico.

Destinazione annunciata, gli Stati Uniti. Che tramite il loro presidente Donald Trump hanno fatto sapere respingeranno chiunque dovesse avvicinarsi al Texas e che il Messico dovrà tenersi tutti i disperati che avranno raggiunto il suo territorio. Dalla Casa Bianca era addirittura partita una telefonata per il presidente del Guatemala Jimmy Morales, al quale era stato detto che nel caso la carovana non fosse stata indotta a tornare indietro “non sarà più concesso, immediatamente e concretamente, alcun tipo di aiuto”.

Il problema è che Morales non poteva impedire a delle persone di camminare da un lato all’altro del paese, e in ogni caso non era nella posizione adatta per tentare una prova di forza: nei mesi scorsi è stato duramente contestato per aver deciso di far chiudere la Commissione internazionale contro l’impunità in Guatemala, un organo indipendente che indaga sulla corruzione tra i partiti, compreso quello di cui Morales fa parte.

Una volta capito che Morales non poteva fare molto le pressioni americane si sono rivolte al Messico, dove migliaia di persone sono già state alloggiate in accampamenti di fortuna a poche decine di chilometri dal confine col Guatemala. Il governo messicano ha deciso di chiedere l’aiuto dell’Unhcr (l’agenzia dell’ONU che si occupa dei rifugiati) e ha cominciato a processare le prime richieste di asilo. Il Messico rischia quindi di trovarsi pressato tra una marea crescente di persone che premono a sud e il blocco dei confini a nord a opera di un Trump deciso a non arretrare di un millimetro a pochi giorni dalle delicatissime elezioni di mid-term previste per il 6 novembre.

Di sicuro l’esodo in corso in questi giorni è destinato a non rimanere un caso isolato. Sono centinaia di migliaia, se non milioni, le persone che vorrebbero trasferirsi negli Stati Uniti. Fino a oggi il viaggio per un clandestino poteva costare anche 10mila dollari ed era pieno di rischi. Mettersi in mano a un trafficante che organizza i viaggi significa rischiare di essere derubati, rapiti o uccisi durante la traversata.

Partire assieme a centinaia o migliaia di persone rende l’impresa più lenta, ma anche più sicura. Non occorre neanche una grande organizzazione, solo qualche post su Facebook, qualche volantino in strada e soprattutto la voglia di sfuggire a una vita di miseria e maltrattamenti (El Salvador, Guatemala e Honduras sono tra i paesi al mondo senza guerre in corso dove l’indice di violenza è più alto).

Finora Stati Uniti ed Unione Europea hanno finto di non vedere l’enorme pressione che i “dannati della Terra” cominciano a esercitare ai confini del mondo dei ricchi e dei garantiti. Se non oggi, almeno dal 7 novembre sarà bene cominciare a discuterne.

di Alfonso Francia

 

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